Interview and Articles

Republica Bologna , 28FEB 2015

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Mohebi: “Io, regista afghano a lungo invisibile, come tanti migranti che vivono da voi” di EMANUELA GIAMPAOLI
ore 19.10 del 28 febbraio 20150
L’artista stasera al Lumière con Cittadini del nulla. Il premio Mutti e la Cineteca lo hanno sostenuto

NASCERE in Afghanistan, fuggire in Iran e tornare nella propria terra. Firmare lì da aiuto regista il film “Osama”, il primo realizzato in Afghanistan dopo la caduta del regime talebano, vederlo presentare al Festival di Cannes nell’edizione del 2003, e trovarsi per questo in fin di vita alla periferia di Kabul.

E’ la storia di Razi Mohebi, arrivato nel 2007 a Trento con la moglie Soheila e il figlioletto di un anno: era invitato ad un festival cinematografico, si rifugiò con loro, da allora, nel nostro Paese. Oggi saranno a Bologna, alle 18.30 al Cinema Lumière, nell’ambito del festival Visioni italiane: vi presenteranno in anteprima, lui come regista, lei come produttrice, il film “Cittadini del nulla”. L’hanno finanziato grazie al Premio Mutti – Archivio delle Memorie migranti, con un contributo di 15.000 euro. E’ l’nico premio in Italia dedicato ai registi migranti, ed oggi ne verrà presentata pure la nuova edizione, di nuovo sotto l’egida della Cineteca di Bologna.

Signor Mohebi, cosa l’ha portata a venire a vivere nel nostro Paese?
“Nell’estate del 2007 ero a Trento per il Religion Today Festival. Ci avevo portato un documentario che avevamo realizzato sulla storia di tre giornaliste uccise. Proprio in quei giorni, arrivò la notizia che avevano chiuso la Razi Film House, la mia società di produzione con cui avevo prodotto il film “Kite”, apertamente condannato dai talebani (selezionato nei festival di Locarno e Berlino, ndr). Capii subito, insieme a mia moglie, che tornare in Afghanistan sarebbe stato troppo pericoloso. E quindi abbiamo chiesto lo stato di rifugiati. Con noi c’era anche il nostro piccolo figlio di un anno, e tutto questo l’abbiamo fatto anche per lui. Pensavamo che fosse un nuovo inizio, volevamo cominciare da capo, ma non ci immaginavamo quello che ci aspettava”.

E cioè?
“Pensavamo di aver ricevuto asilo, abbiamo invece trovato un esilio. E il paradosso di una legislazione, quella sui rifugiati, che risale al 1951 e che in Italia, rispetto agli altri paesi della Unione europea, non è mai stata rivista. Il rifugiato politico è come un prigioniero di due stati, quello da cui è fuggito e quello che lo ha accolto, e di nessuna cittadinanza. Faccio un esempio concreto. Lo scorso anno sono stato invitato a un festival a Stanford, negli Stati Uniti. Ci proiettavano un mio film, ma io, con il passaporto da rifugiato, non posso viaggiare fuori dall’area Schengen. Così sono stato costretto a rinunciare”.

Quanto della vostra storia racconta nel film?
“Volevamo raccontare quell’uomo indefinito che è il rifugiato politico, ma lo facciamo attraverso la storia di Monira, rifugiata afgana che vive con altri “invisibili” in una fabbrica abbandonata alla periferia di Trento, fino al giorno in cui il legittimo proprietario decide di cacciarli. L’uomo però, girova- gando fra i giacigli lasciati dalle persone che lì avevano vissuto, comincia a interrogarsi su quegli uomini e su quelle donne, e in particolare trova il diario di Monira. E’ un’opera che attinge alla grande tradizione del cinema iraniano, quello di Panahi e di Kiarostami, un cinema dove contano più le immagini rispetto ai dialoghi e dove molto viene detto per metafore”.

Il tema dell’identità è centrale nella sua opera. Come mai?
“In Italia c’è molta confusione sul tema delle migrazioni. Volevamo indagare le ragioni più profonde di chi arriva in una terra che dovrebbe accoglierlo, proteggerlo, dargli rifugio, ma si scontra con un quotidiano che può emarginarlo e farlo sentire spaesato. Non ci sono solo i bisogni materiali, c’è anche la vita che uno si porta con sé, e che spesso rischia di dover annullare. Per i rifugiati che vivono in Italia non sempre è facile trovare un lavoro che valorizzi le competenze maturate nei Paesi di origine. E che spesso ha a che fare con le ragioni stesse di essere un rifugiato”.

Che cosa ha significato per lei il premio Mutti?
“La possibilità di dare continuità a quello che ero nel mio Paese. Io per i miei film ho rischiato la vita, ho abbandonato la mia terra, ma una volta qui è stato difficile trovare un riconoscimento per il mio lavoro. Anche per questo sono grato al premio Mutti, perché insieme alla possibilità di realizzare il mio film, mi ha restituito la mia identità, la possibilità di non far avvizzire la mia anima”.

> Trentino > 2014 > 11 > 16 >

Max Floriani diventa pret…
Max Floriani diventa prete. Per un film
ARCO La foto qui pubblicata non deve trarre in inganno: Max Floriani non ha deciso di prendere i voti e di farsi prete. L’immagine è stata scattata durante uno dei ciak del film “Cittadini del nulla” che il regista afghano Razi Mohebi, esule in Italia e residente a Trento, sta girando in questi giorni nella nostra provincia. La ripresa è stata effettuata nel complesso industriale dismesso dell’ex Montecatini di Mori, dove il regista ha voluto ricreare alcune scenografie del proprio film. L’ex assessore arcense, oggi consigliere comunale, è stato scritturato come comparsa assieme ad altri giovani della Busa. Lo si vede impegnato in una scena in cui gioca alla morra indossando gli abiti talari. Le foto sono apparse ieri sulla pagina Facebook di Floriani ed hanno catturato subito l’attenzione di molti amici del consigliere comunale, incuriositi dalla sua prestazione cinematografica e prima ancora dall’insolita veste e quindi “location”. Il film “Cittadini del nulla” ha già ricevuto un prestigioso premio, per la sceneggiatura, alla Mostra del cinema di Venezia per il miglior testo inedito. La storia racconta della vicenda di una donna straniera che ha ottenuto l’asilo politico nel nostro Paese. Nelle scorso settimane si sono svolti dei casting per la scelta di attori e comparse (a titolo volontario), desiderosi di prendere parte alla pellicola e di vivere in prima fila la magia del cinema. Fra chi si è presentato per un ruolo e una particina evidentemente c’era anche Massimiliano Floriani che ha convinto il regista guadagnandosi, così, un momento di celebrità sul grande schermo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

Official Site of Ministry of Intern of Italy:
Razi Mohebi, il regista afghano che racconta i migranti, vincitore del Premio Mutti 2014
​Proclamato a Venezia 71, vince con il progetto di fiction “Cittadini del nulla”

 

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Per i rifugiati che vivono in Italia non sempre è facile trovare una casa, un lavoro che valorizzi le competenze maturate nei Paesi di origine, una dimensione umana e sociale che consenta di acquisire stabilità e serenità dopo aver affrontato i dolori legati a un percorso come quello di chi chiede protezione internazionale.

Per questo, i migranti molto spesso rischiano di sentirsi emarginati, rifiutati e vivono in uno stato di sofferenza, di malinconia difficile pure a essere raccontata. Lo sa bene Razi Mohebi, regista afghano e rifugiato politico, che si è aggiudicato il Premio Mutti 2014 a Venezia. Il premio gli consentirà di realizzare il suo progetto di fiction “Cittadini del nulla”, per raccontare la condizione e l’esperienza dei rifugiati, fatta anche in prima persona con la moglie Soheila.

Razi Mohebi è nato il primo gennaio del 1970 a Ghazni, in Afghanistan. Fa parte dell’etnia hazara, che da sempre ha subito massacri e persecuzioni. Il regista di molti film e cortometraggi, quindi, viene da un paese martoriato dalla guerra, in cui i Talebani avevano chiuso i cinema e neutralizzato ogni forma di cultura. E Razi, a causa del suo impegno sociale e civile sviluppato attraverso la passione per il cinema, è stato minacciato, rapito e lasciato in fin di vita alla periferia di Kabul. Ma non si è dato per vinto, non ha rinunciato alla sua arte e ha proseguito la sua attività cinematografica. Razi continua ad affidare al cinema la voglia di raccontare, di condividere, di denunciare le difficoltà incontrate da molte persone che vivono questa condizione.

(5 settembre 2014)

http://www.integrazionemigranti.gov.it/Attualita/News/Pagine/premiazione_mutti.aspx

«Afghanistan 2014 – Detail» premiato al Festival di Kazan, Adigetto 14 Septembre 2014

Il documentario è stato sostenuto dalla Trentino Film Commission

Il film documentario «Afghanistan 2014 – Detail» diretto da Razi e Soheila Mohebi e prodotto da FilmWork – Trento, ha vinto il premio «Golden Minbar» come miglior documentario all’International Festival Of Muslim Cinema di Kazan – Russia.
Si tratta di un viaggio in diversi paesi europei alla ricerca dei molti rifugiati politici afgani, che in seguito alle innumerevoli traversie che hanno attraversato l’Afghanistan negli ultimi quarant’anni, sono dovuti fuggire.

Il documentario, sostenuto da Trentino Film Commission e realizzato in collaborazione con il Forum Trentino per la Pace e i Diritti umani, è il secondo episodio di una trilogia di documentari.
Il primo di questi, «Afghanistan 2014 – campo lungo», è stato realizzato nel 2011 a Bonn in occasione della Conferenza Internazionale sull’Afghanistan.
Questo secondo episodio è un viaggio dalla Grecia all’Italia, dalla Germania alla Danimarca fino alla Svezia, nel quale Razi e Shoeila Mohebi, autori e registi della trilogia prodotta da FilmWork – Trento, hanno incontrato i rifugiati politici, prodotto delle innumerevoli traversie che hanno attraversato l’Afghanistan negli ultimi quarant’anni.
Il documentario ha dunque lo scopo di dare voce a chi in tutti questi anni non l’ha avuta e al contempo di rivelare aspettative, pensieri, sogni e prospettive di un intero popolo esiliato.
Tutto questo in coincidenza con l’abbandono del Paese da parte delle forze internazionali e alle soglie delle libere elezioni che si sono tenute in Afghanistan il 5 aprile di quest’anno.
I rifugiati politici e i profughi afghani in Europa sono circa 700.000, quasi sette milioni in tutto il mondo.

FilmWork sta cercando di comporre il budget per realizzare il terzo episodio «Afghanistan 2014 – primo piano» che dovrebbe essere girato a Kabul nei prossimi mesi.
La realizzazione di questo film documentario non sarebbe stata possibile senza la collaborazione, il concreto sostegno e l’appoggio morale di tutte le comunità afghane che hanno accolto la troupe durante la produzione.
Per questo il film documentario e il premio conseguito in Russia vogliono essere anche una sorta di restituzione del commovente sostegno ricevuto.

http://www.ladigetto.it/permalink/37106.html

 

Il Trentino:14 settembre 2014

“Afghanistan 2014” vince a Kazan
Il film documentario “Afghanistan 2014 – Detail” diretto da Razi e Soheila Mohebi e prodotto da FilmWork – Trento ha vinto il premio “Golden Minbar” – miglior documentario all’International Festival…
Il film documentario “Afghanistan 2014 – Detail” diretto da Razi e Soheila Mohebi e prodotto da FilmWork – Trento ha vinto il premio “Golden Minbar” – miglior documentario all’International Festival Of Muslim Cinema di Kazan – Russia. Il documentario, sostenuto da Trentino Film Commission e realizzato in collaborazione con il Forum Trentino per la Pace e i Diritti umani, è il secondo episodio di una trilogia di documentari. Il primo di questi, “Afghanistan 2014 – campo lungo”, è stato realizzato nel 2011 a Bonn in occasione della Conferenza

Internazionale sull’Afghanistan. Questo secondo episodio è un viaggio dalla Grecia all’Italia, dalla Germania alla Danimarca fino alla Svezia, nel quale Razi e Shoeila Mohebi, autori e registi della trilogia prodotta da FilmWork – Trento, hanno incontrato i rifugiati politici prodotto delle innumerevoli traversie che hanno attraversato l’Afghanistan negli ultimi quarant’anni. Il documentario ha dunque lo scopo di dare voce a chi in tutti questi anni non l’ha avuta e al contempo di rivelare aspettative, pensieri, sogni e prospettive di un intero popolo esiliato.

http://trentinocorrierealpi.gelocal.it/tempo-libero/2014/09/14/news/afghanistan-2014-vince-a-kazan-1.9933660

La Republica, Italia, 4 septembre 2014

A Venezia il premio Mutti al regista afgano Razi Mohebi
Il riconoscimento nato a Bologna E stasera Bellocchio al Lumière col restauro de “La Cina è vicina”
L’INI ZIA TI VA
EMANUELA GIAMPAOLI
«DA DOVE vengo sono abituato a ringraziare guardando negli occhi, non con le parole». Uno sguardo che è valso più di mille discorsi, quello di Razi Mohebi, vincitore della sesta edizione del premio Mutti, che ieri al festival di Venezia ha commosso la platea dell’hotel Excelsior, portando nel luogo solitamente riservato a divi e al loro glamour, l’orrore della guerra.
Andrà dunque al regista, nato in Afghanistan nel 1970, il sostegno economico che il premio, creato a Bologna dall’Associazione Amici di Giana con la Cineteca (e il sostegno di Alce Nero e Unicredit), prevede per promuovere progetti cinematografici di registi migranti: 15mila euro per dirigere «Cittadini del nulla», il racconto di un’artista donna rifugiata nel nostro Paese.
Una condizione, quella di rifugiato, che Mohebi ben conosce, visto che dal 2007 lui e la moglie Soheila Javaheri, produttrice dell’opera, la vivono nel nostro Paese. «Ci siamo conosciuti a Theran — spiega il regista — dove ho studiato cinema, e nel 2001 dopo la caduta dei Talebani siamo tornati in Afghanistan. Si respirava un’aria nuova, ho collaborato alla fondazione della “Kabul film” e partecipato alla pellicola “Alle cinque della sera”, premiato a Cannes». Poi però la situazione precipita e Mohebi viene minacciato, rapito e lasciato in fin di vita per la sua collaborazione al film “Osama”.
SEGUE A PAGINA IX

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/09/04/a-venezia-il-premio-mutti-al-regista-afgano-razi-mohebiBologna01.html

Backstage Doc AF2014 , Berlin . Foto by Edris Joya

Backstage Doc AF2014 , Berlin . Foto by Edris Joya

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Article of BBC in persian about Afghanistan 2014/Insert .

عبدالحسین دانش
منتقد و سینماگر افغان در سوئد

اپیزود جدید و دوم این افغانستان ۲۰۱۴ تریلوژی تحت عنوان (نمای اینسرت) حکایت انسان بی وطن و درد بی پایان اوست.
فیلم مستند افغانستان ۲۰۱۴ ساخته رازی محبی و سهیلا محبی روایتی است از اودیسه بی پایان انسان افغانستانی که در جستجوی آرامش و خوشبختی است. اپیزود اول این فیلم که در سال ۲۰۱۱ ساخته شد تحت عنوان ( افغانستان ۲۰۱۴ نمای دور ) حول محور کنفرانس دوم بن است که زوج فیلمساز نگاه منتقدانه به کنفرانس و سرنوشت افغانستان دارند.
اپیزود جدید و دوم این تریلوژی تحت عنوان ( افغانستان ۲۰۱۴ نمای اینسرت ) حکایت انسان بی وطن و درد بی پایان اوست. انسانی که جنگ و معادلات سیاسی او را از وطن اش می راند و ابهام از آینده و خروج نیروهای بین المللی از افغانستان بر بیم و سرگردانی اش می افزاید.
موضوعات مرتبط
گزارش و تحلیل، جامعه افغانستان
نسلی که محبی در اپیزود دوم افغانستان ۲۰۱۴ درد آن را حکایت می کند، نسل بی وطن است. نسلی که چند بار آواره شده، انسان بی وطنی که حتی در وطن خودش هم بی وطن است. این انسان برعکس تعبیر حافظ که گفته:
غم غریبی و غربت چو بر نمی تابم
به شهر خود روم و شهریار خود باشم
وقتی از مهاجرت و غربت اول به وطن خود باز می گردد، شهریار نمی شود که هیچی بلکه او را غیر خودی، افغانستانی “ایرانی‌گک”، پاکستان نشین و یا او را با هویت قومی و تباری اش خطاب می کنند. شرایط امنیتی سیاسی افغانستان و نگاه تبعیض آمیز به این نسل باعث می شود تا بخشی از آنها بار دیگر مهاجرت کنند اما این بار نه به کشورهای همسایه که بسیار دور تر از سرزمین پدری شان. جایی که در آن تبعیض نباشد و جایی که آرامش و خود بودن را تجربه کنند.
بخشی از این نسل با مشقت و رنج به اروپا می آیند اما تبعیض با شکل و شمایل مدرن آنها را احاطه می کند. تبعیض مدرن با لبخند ملایم خود او و سرنوشت اش را به سخره می گیرد. کودکان مهاجر از دیدن پلیس یونان و ایتالیا می هراسند و خواب آرام ندارند. گروه های ضد مهاجر، حضور آدمهای غیر چشم آبی را بر نمی تابند و بر علیه آنان فعالیت دارند.
“وقتی از مهاجرت و غربت اول به وطن خود باز می گردد، شهریار نمی شود هیچی که او را غیر خودی، افغانستانی “ایرانی‌گک”، پاکستان نشین و یا او را با هویت قومی و تباری اش خطاب می کنند. شرایط امنیتی سیاسی افغانستان و نگاه تبعیض آمیز به این نسل باعث می شود تا بخشی از آنها بار دیگر مهاجرت کنند اما این بار نه به کشورهای همسایه که بسیار دور تر از سرزمین پدری شان. جایی که در آن تبعیض نباشد و جایی که آرامش و خود بودن را تجربه کنند.”
فیلم با تصویر رضا محمدی شاعر افغانستان آغاز می شود که راوی این اودیسه بی پایان است. غروب است و او در بلندای تپه ی مشرف بر یک شهر بندری اروپا نشسته و سیگار های سوخته ی را که جمع کرده در دستمال گل سیب می گذارد. شهر تاریک می شود و او با کوله پشتی اش حرکت می کند.
در آتن پایتخت یونان تظاهرات ضد راسیسم در تقبیح از کشته شدن یک آواز خوان رپ برگزار شده که او از فعالان ضد فاشیست بوده است. تصویر از دید راوی فیلم، بخشی از شهر را نشان می دهد که بهم ریخته و گروهی از مردم و مهاجران شعار های ضد راسیست و ضد تبعض سر می دهند. مهاجری که تازه وارد اروپا شده متوجه می شود که اینجا هم تبعیض وجود دارد و کسانی هستند که او را به عنوان انسان دست دوم و انسان بی وطن خطاب می کنند و می خواهند حق زندگی را از او بگیرند.
مریم هاتف یکتن از زنان مهاجر افغان در قاب پنجره با پس زمینه درختان پاییزی نشسته و در باره یونان می گوید: “یونان برای ما با رفتن به زندان شروع شد، شاید یک زندان سیاسی با نگهبانان خشن. یونان برای من یک تراژدی بود.”
از دختر خورد سال افغان سوال می شود که از یونان خوشت می آید؟ با بغض می گوید : نه. از چه چیزش خوشت نمی آید؟ با گریه می گوید: از پلیس، از آدمهایش.
یونان برای مهاجران تازه وارد به اروپا یک جهنم است و فیلمساز برای پاسخ روشن به سراغ کودکان می رود که هرگز دروغ نمی گویند. در صحنه بعدی، تصویری از ایتالیا را داریم که وضع مهاجران در آنجا نیز تفاوتی با یونان ندارد. دسته بزرگی از پرندگان بر فراز شهر رم در حال رقص و سرمستی اند. این تصویر هر چند کوتاه است اما بجا و نمادین استفاده شده است. پرندگان چه آزادند و مرزی برای پرواز شان وجود ندارد اما تلویحا بیان می شود که مرزهای سیاسی و افکار فاشیستی بخشی از آدم‌ها، حق زندگی و خندیدن را از انسان آواره و بی وطن می گیرد.

“یونان برای مهاجران تازه وارد به اروپا یک جهنم است و فیلمساز برای پاسخ روشن به سراغ کودکان می رود که هرگز دروغ نمی گویند.”
گروهی از جوانان مهاجر را در ایتالیا می بینیم که در شب و در حاشیه خیابان ها و داخل آلونک ها دراز کشیده اند. چند جوان افغان از شرایط زندگی شان می گویند و اینکه بنا بر چه دلایلی از افغانستان و ایران به اروپا مهاجرت کردند. دو دختر خرد سالی را در تصویر می بینیم که قاچاقبران مادر شان را به سوئد فرستاده و آنها هنوز در یونان باقی مانده اند. راوی فیلم با آنان صحبت می کند و از آرزو ها و خواب های شان می پرسد و بعد دو دختر کوچک با بغض می گویند که فقط می خواهند پیش مادر شان بروند.
مریم هاتف در صحبت خودش سوال جدی و بنیادی را مطرح می کند و می گوید: دلیل و مسول این مهاجرت بی پایان و قرار گرفتن پشت این میله های زندان چه کسانی اند؟ سوال مریم هاتف بسیار کلیدی است و دو کارگردان تلاش می کنند در ادامه فیلم این پرسش را بیشتر بشکافند.
گروه فیلمساز در کنفرانس مونیخ ۲۰۱۳ که در باره افغانستان است حضور می یابند. مساله سیاست، ناتو، طالبان و انتخابات سال ۲۰۱۴ از موضوعات این نشست است. امرالله صالح رئیس سابق اداره امنیت ملی افغانستان، تلاشهای غرب و بخشی از سیاست مداران افغانستان برای صلح با طالبان را به نقد می گیرد. در مقابل روبرت کروس یک دیپلمات آمریکایی در مصاحبه ای با فیلمساز معتقد است که طالبان را نباید از قدرت حذف کرد. مایکل سمپل دیپلمات در پاکستان در خصوص افغانستان و سال ۲۰۱۴ می گوید: من هم امیدوار هستم و هم نگران اوضاع افغانستان.
فیلمساز در جایی از فیلم با ثریا ملک دختر هندیه و نواسه امان الله خان یکی از پادشاهان افغانستان مصاحبه کرده است. او افغانستان بعد از ۲۰۱۴ را مبهم توصیف کرده و از تصمیم آمریکا برای داشتن پایگاه نظامی در افغانستان یاد می کند. ثریا به افسردگی روحی امان الله خان پس از خروج از افغانستان اشاره می کند و اینکه چگونه در سویس و در مهاجرت جان داد.
فیلمساز این صحبت ها را با تصاویری از نسل مهاجر امروز افغانستان ترکیب می کند که در سرمای کوه‌های پر برف اروپا سرگردان اند. نسلی که پادشاهان، سیاست مداران و پایه های اصلی قدرت در دنیا، در سرنوشت آنان سهیم اند.
افغانستان، تجربه تراژیک ایدئولوژی‌ها
فیلمساز در مستند افغانستان ۲۰۱۴ بر این نکته تاکید می کند که افغانستان سرزمین تجربه انواع ایدئولوژی مانند کمونیسم، اسلام و سرمایه داری و میدان آزمایش سلاح های روسی، آمریکایی، اروپایی، چینی، ایرانی و پاکستانی بوده است. رضا محمدی چند بیت از شعری را در فیلم می خواند که سالها پیش برای شاعر هموطن اش ضیا قاسمی که از مهاجرت به وطن باز گشته بود سروده است. او در بیتی می گوید:
شاعر، به پادشاهی بدبختی آمدی
مُلکی که از ازل به سرش سایبان نداشت!

“نگاه سنگ شده مجسمه ها ، حرکت دستها و ترکیب آن با دستهای باز شده راوی در میان مجسمه ها بسیار سمبلیک و فلسفی است.”
مصرع آخر، حکایت وضع سیاسی اجتماعی گذشته و حال افغانستان است. سرزمینی که حاکمان آن سایبانی برای مردمانش نشدند و محبی در فیلم اش آنرا یکی از علل اصلی اودیسه بی پایان افغانها می داند. عارف فرمان داستان نویس افغان مقیم سوئد در جایی از فیلم می گوید: افغانستان هیچ وقت خودش نبوده و همیشه دیگران برایش تصمیم گرفته اند.
شریف سعیدی شاعر افغان در بخش دیگر فیلم معتقد است در افغانستان اراده جهانی برای ثبات وجود ندارد. ظرفیت داخلی وجود ندارد و اختلافات زبانی، قومی و منطقه ای در اوج خود است. منیره هاشمی بازیگر تئاتر مقیم سوئد می گوید: تصویر افغانستان بعد از ۲۰۱۴ برای من بسیار مه آلود و گنگ است. گاهی خوشبین می شویم اما به خوشبین بودن خود می خندیم.
نگارنده در جایی از فیلم می گوید: کشوری که من در آن زندگی می کنم یکی از تولیدکنندگان سلاح در دنیا است. سلاح و تجهیزات نظامی اینها را ناتو و نظام های دیکتاتور می خرند و این کشور بیشترین در آمد و مالیات را از تولید سلاح دارد. این تسلیحات باید در جایی مصرف شود تا کارخانه ها بتوانند دوباره تولید کنند و بخش کلانی از اقتصاد بچرخد.
اردوگاه داخائو، سرنوشت انسان بی وطن
تعدادی از شرکت کنندگان کنفرانس مونیخ به بازدید از اردوگاه داخائو در نزدیکی این شهر می روند. این بازدید تصادفی است اما فیلمساز از این اردوگاه معنایی ژرف و تکان دهنده‌ای را به بیننده منتقل می کند. اردوگاه کار اجباری داخائو از بزرگترین اردوگاه های دوران هیتلر بود که ده‌ها هزار نفر در آن به قتل رسیدند.

اردوگاه کار اجباری داخائو از بزرگترین اردوگاه های دوران هیتلر بود
آنگلا مرکل صدر اعظم آلمان در بازدید ازین اردوگاه گفته بود که با احساسی آمیخته از شرم و اندوه از این اردوگاه دیدن می کند. تصاویر این بخش فیلم سیاه و سفید است و بازدید کنندگان همراه با رضا محمدی راوی فیلم وارد سلول های اردوگاه می شوند، اتاق هایی را می بینید که هنوز در آن بقایای دستگاه های کشتار انسان از دوران هیتلر موجود است.
فیلمساز در یک تدوین دیالکتیک عکس های تاریخی از ساکنان و زندانیان اردوگاه داخائو را با عکس های از مهاجران نسل امروز که در دریا غرق شده اند و تصاویر اردوگاه پناهندگان در ایتالیا و یونان پیوند می زند. این فصل از فیلم نقطه کلیدی و محوری قصهء انسانهای بی وطن است. با این تفاوت که مهاجر امروزی و انسان بی وطن با مرگ آرام و تدریجی مواجه است، مرگی که روح اش را می کشد.
برای مهاجر امروز، داخائو از فلسطین، آفریقا و یا افغانستان آغاز و تا کشور های همسایه و کل جهان وسعت می یابد. تصویر رنگی می شود و راوی فیلم سیگار سوخته را از روی زمین اردوگاه داخائو بر می دارد و داخل دستمال گل سیب می گذارد.
دستمال گل سیب و سیگار های سوخته
محبی فیلمسازی است که عاشق نماد در سینماست. در کارهای او همیشه شاعرانگی و سمبولیسم دیده می شود. هر چند این سمبولیسم گاهی بسیار شدید است و برای مخاطب عمومی بسیار خسته کن به نظر می رسد اما این ویژگی از فیلم های محبی جدا ناشدنی است. بگونه ای که او حتی در فیلم مستند هم در جستجوی نماد ها است و تلاش دارد تا با ترکیب آنها، حسی را به مخاطب القا کند.
راوی فیلم از ابتدا تا انتهای اپیزود دوم افغانستان ۲۰۱۴، دستمال گل سیبی با خود دارد، دستمالی که در فیلم محبی معنا پیدا می کند و با قصه هجرت گره می خورد. دستمال گل سیب زیباترین هدیه و یادگاری است که به یک عاشق سفر کرده از سوی معشوق داده می شود. در مناطق مختلف افغانستان، ترکستان زمین، تاجیکستان و فلات ایران، دستمال گل سیب نماد عشق است.
معشوق در این دستمال برای عاشق خود، سیب سرخ، انار یا پسته و آجیل می گذارد. ازین رو دستمال گل سیب همیشه بوی عطر یار می دهد، بوی سیب سرخ و برای همین هم رنگ گلهای این دستمال به رنگ سرخ عشق است. این دستمال در فیلم محبی حس نوستالژی دارد و حس غربت.
راوی فیلم دستمال گل سیب را کوه به کوه و شهر به شهر در اروپا با خود دارد. او در این دستمال انار و سیب سرخ یار آورده اما از اردوگاه پناهندگان و کوچه پس کوچه های اروپا ، فقط سوخته های سیگار مهاجران را در دستمال جمع می کند. هر دانه سیگار در فیلم نماد انسان بی وطنی است که هر لحظه دود و خاکستر می شود. راوی فیلم که سوخته ها و خاکستر این درد را جمع می کند، گاهی نیم سوخته سیگار مهاجران را پک می زند و کشیدن سیگار نیم سوخته یعنی درد خودت را با من تقسیم کن، من هم مانند تو درد کشیده ام.
جهان بی وطنی و پایان نمادین فیلم
انسانی که در غربت و جهان بی وطنی سیر می کند انسان تنها است. انسان تنهایی که کسی برای او آغوش صفا و صداقت را باز نکرده است. نه در زادگاه پدری اش و نه در سرزمین دیگر. جهان برای چنین انسانی زندان است و نگاه رازی و سهیلا محبی در اپیزود دوم افغانستان ۲۰۱۴ حکایت همین انسان بی وطن است. انسان بی وطنی که خود باعث سرنوشت خودش نبوده بلکه این تبعیض، بی عدالتی و خود کامگی حاکم در معادلات سیاسی است که او را به این حال انداخته است.

انسان های تنها و بی وطن در فیلم رازی و سهیلا تبدیل به مجسمه های سنگی می شود که آنان در پایان فیلم بر آن تاکید می کنند. پایان فیلم یکی از زیباترین صحنه ها است که با نگاه نمادین و موسیقی خوب ترکیب شده است. دستمالی شبیه همان دستمال گل سیب بر گردن یکی از مجسمه ها انداخته شده است. راوی فیلم در جایگاه خالی و میان دو مجسمه در یکی از میدان های شهر ایستاده و گویا قرار است کسی مسیح وار به صلیب کشیده شود.
نگاه سنگ شده مجسمه ها، حرکت دستها و ترکیب آن با دستهای باز شده راوی در میان مجسمه ها بسیار سمبولیک و فلسفی است. گویا راوی خود هم تبدیل به مجسمه ی از سنگ می شود، مجسمه ای که دستهایش را برای آزادی، برابری و انسانیت باز کرده است. کبوتری که بر بالای مجسمه نشسته پرواز می کند. تصویر از پاهای آویزان شده مجسمه و تصویر سنگ شده راوی پایین می آید و تاریک می شود.
“اپیزود دوم افغانستان ۲۰۱۴ فیلمی است به مراتب قوی تر از اپیزود اول این تریلوژی که در سال ۲۰۱۱ ساخته شد. اپیزود اول بیشتر حالت گزارشی دارد و نقش خبرنگار به عنوان راوی فیلم بسیار خشک به نظر می رسد، بگونه ای که مخاطب ارتباط عمیق با او برقرار نمی کند. اپیزود اول نریشن طولانی دارد و گاهی چندان ربطی به تصویر پیدا نمی کند. اما در اپیزود دوم ، نقش راوی بسیار جا افتاده است و فیلم هیچ نریشنی ندارد که این از نکات قوت فیلم است. اپیزود دوم ترکیبی از مستند و دنیای ذهنی و شاعرانه دو فیلمساز است که بر مفاهیم تصویری استوار است.”
اپیزود دوم افغانستان ۲۰۱۴ فیلمی است به مراتب قوی تر از اپیزود اول این تریلوژی که در سال ۲۰۱۱ ساخته شد. اپیزود اول بیشتر حالت گزارشی دارد و نقش خبرنگار به عنوان راوی فیلم بسیار خشک به نظر می رسد، بگونه ای که مخاطب ارتباط عمیق با او برقرار نمی کند. اپیزود اول نریشن طولانی دارد و گاهی چندان ربطی به تصویر پیدا نمی کند. اما در اپیزود دوم ، نقش راوی بسیار جا افتاده است و فیلم هیچ نریشنی ندارد که این از نکات قوت فیلم است.
اپیزود دوم ترکیبی از مستند و دنیای ذهنی و شاعرانه دو فیلمساز است که بر مفاهیم تصویری استوار است. در اپیزود دوم صحنه آرایش طولانی یک خانم، شعر خوانی رضا محمدی و طولانی بودن برخی مصاحبه ها می تواند کوتاه شود. تصویربرداری فیلم در برخی صحنه دچار نواقص تکنیکی است که علت آن نداشتن تصویربردار حرفه ای و تداخل کاری برای کارگردان بوده است.
فیلم از موسیقی خوبی برخوردار است و توانسته حس مورد نظر دو فیلمساز را به بیننده منتقل کند.
تدوین فیلم نیز خوب است و توانسته ارتباط مناسبی بین مستند و فضای نمادین و ذهنی کارگردان ایجاد کند. اپیزود دوم فیلم می توانست ترکیبی از دیدگاه طیف‌های انسانی مختلف از جامعه افغانستان در اروپا باشد. درعین حال در هر دو اپیزود از راوی مرد استفاده شده است. اپیزود دوم با وجود برخی کاستی های که ذکر شد از موضوع بسیار عمیق و تفکر برانگیز برخوردار است و به باور نگارنده این اپیزود یکی از بهترین کارهای رازی و سهیلا محبی است. قرار است قسمت آخر این تریلوژی تحت عنوان ( افغانستان ۲۰۱۴ نمای نزدیک ) تا پایان امسال در داخل افغانستان ساخته شود. 

Quattro passi dentro il rebus Afghanistan  di Francesco Comino

Emanuele Giordana tornerà dall’Afghanistan domani sera. Giusto il tempo di prendere la macchina e rimettersi in viaggio per Bolzano, dove domani parteciperà all’incontro organizzato dal Centro per la pace in collaborazione con la Fondazione Langer dal titolo “Afghanistan 2014: stallo o transizione?”. Prima del suo intervento, alle ore 18 in Sala di Rappresentanza del Comune verrà proiettato un documentario prodotto da due registi afghani scappati da Kabul perché minacciati di morte, Razi e Sohelia Mohebi (per aver partecipato alla regia del film “Osama”, Razi Mohebi è stato rapito, bastonato e lasciato in fin di vita alla periferia di Kabul). Il lungometraggio prende spunto da alcuni momenti della seconda conferenza internazionale sul futuro dell’Afghanistan, tenutasi a Bonn nel dicembre 2011, durante la quale le autorità diplomatiche europee, asiatiche e statunitensi hanno discusso sulle condizioni, le opportunità e i rischi che si prospettano per l’Afghanistan nel momento in cui, dopo il 2014, le forze internazionali lasceranno il Paese. Lo sguardo attraverso il quale i registi guardano alla conferenza – filtrato dagli occhi e dai pensieri di un giovane giornalista afghano – è uno sguardo tristemente ironico, a tratti irriverente, che mette in evidenza la distanza esistente tra l’universo della politica e la realtà delle persone, dei cittadini, della società civile. Emanuele Giordana è uno degli osservatori italiani che meglio conoscono l’Afghanistan. I suoi articoli e i suoi reportage penetrano nelle pieghe di un Paese che vive quotidianamente sull’orlo dell’abisso. I suoi occhi cercano di percepire quello che dal di fuori non si riesce a capire, vuoi per la distanza culturale e politica che ci separa da quel Paese piombato nell’immaginario collettivo occidentale con la guerra e poi progressivamente scomparso (anche se una altissima percentuale di rifugiati afghani abita e nostre città e i nostri paesi), vuoi per l’indifferenza che segna l’informazione massmediatica, pronta a coprire le notizie soltanto quando i giochi sono oramai fatti. Giordana è presidente onorario di Lettera 22, direttore dell’agenzia radiofonica Amisnet, docente alla scuola di formazione giornalistica della Fondazione Lelio Basso a Roma. Nel 2011 ha ricevuto il premio per la pace Tiziano Terzani.
Emanuele Giordana, quali sono le aspettative con le quali è partito alla volta dell’Afghanistan, in un momento così particolare in cui si decide il futuro di questa nazione e del suo popolo. E con quali impressioni torna ora in Italia?
«Ogni volta che parto per l’Afghanistan sono pieno di convinzioni che mi derivano dal fatto che, anche a casa, continuo a seguire le notizie di quel Paese. Ma so benissimo che le mie certezze verranno messe in discussione dal viaggio. Appena arrivi, basta annusare l’aria e ti rendi subito conto se c’è tensione, nervosismo, paura oppure se le cose scorrono tranquillamente, posto che in Afghanistan le giornate tranquille non esistono mai e c’è sempre un motivo – un attentato, una bomba, la morte di qualche civile del tutto innocente – per non stare sereni. Ma ciò che voglio dire è che la distanza – e anche il sistema dell’informazione – spesso ci trasmettono una percezione erronea di quanto accade. Prendiamo le elezioni: viste da fuori sono sembrate all’inizio un grande successo salvo poi, una volta qui, capire che in realtà le cose non sono andate in modo poi tanto lineare.
Allo stesso modo, in questi giorni la crisi politica a Kabul, dove il candidato Abdullah ha accusato l’intero processo elettorale di essere viziato da brogli e frodi, sembra far parte di un gioco sotterraneo. Qualcuno sostiene che dietro ci siano dei disegni strategici e che probabilmente la crisi farà rientrare, nel momento in cui verranno divise le poltrone del governo. Insomma, voglio dire che, come giornalista che ha una forte passione per questo Paese, non posso starci lontano per più di due o tre mesi. Ogni viaggio pone nuove domande, dubbi, aspettative che si possono risolvere soltanto qui».
Quali sono gli aspetti fondamentali per capire oggi l’Afghanistan?
«Più conosco questo Paese più mi rendo conto che conoscerlo in profondità è molto, ma molto difficile. Studiarne la storia aiuta, certo, ma ci sono anche dei luoghi comuni che la storia stessa ci ha trasmesso e che sono i figli della propaganda coloniale, o della storiografia scritta da una parte sola. Sono miti che resistono duramente e su cui si insiste a volte sin troppo, come le faide tribali o la componente etnica. Su tutto questo le dinamiche regionali sono un elemento fondamentale. Noi vediamo l’Afghanistan come il luogo dello scontro tra qaedisti e occidentali e dimentichiamo, ad esempio, che nei rapporti tra India e Pakistan l’Afghanistan è un tassello fondamentale, motivo per cui questi due Paesi agiscono, più o meno apertamente, per averne il controllo».
Il 2014 è un anno intenso per l’Afghanistan. Fra elezioni, fine delle missioni militari e civili, come ISAF (International Security Assistance Force) e BSA (Bilateral Security Agreement) quali sfide e opportunità si lasciano intravedere per il futuro? E quale impegno per la comunità internazionale e per l’Italia dopo il ritiro delle truppe?
«Sfide e opportunità si bilanciano. Il nuovo ministro degli esteri, Federica Mogherini, si è impegnata a far si che l’Italia non dimentichi l’Afghanistan e che anzi lavori di più nel campo della ricostruzione civile (non sono solo scuole e ospedali ma anche il buon governo e la ricomposizione del tessuto sociale). Una svolta, che io reputo necessaria dopo 13 anni in cui il rapporto tra investimento nel settore civile e spesa militare è stata nell’ordine di uno a nove. Io penso che il ministro sia sincero per il fatto che, come parlamentare, è stata sempre molto attenta alle vicende afgane anche se in Italia, per un politico, investire nella politica estera non è mai una scelta primaria. Un buon ministro degli Esteri in effetti può segnare un cambio di passo e far si che l’Italia inauguri una nuova stagione e che alla fine venga ricordata proprio per la scelta di non abbandonare il Paese nel momento più difficile, quello del “tutti a casa”, come se dopo oltre trent’anni di guerra – tra l’altro non ancora conclusa – fosse facile tornare a vivere una vita normale».

 

 

 

“Ossama” et “le cerf-volant” : renaissance du cinéma en Afghanistan

Le cinéma afghan suscite un engouement croissant. Un festival vient notamment d’être organisé à Cologne. Outre des films d’archives comme ou le film « Les cavaliers » de Frankenstein, d’après Joseph Kessel, il a diffusé des films récents de cinéastes étrangers ou installés à l’étranger comme « A cinq heures de l’après-midi » ou « Kandahar » de l’Iranien Mohsen Makmalbaf, et « Terre et cendres » d’Atiq Rahimi, qui a été primé à Cannes en 2004. Les documentaires occupent encore une place importante dans les films sur l’Afghanistan, que ce soit les films réalisés avant l’invasion soviétique par la DAFA ou « Nomades afghans » d’Ella Maillart, ceux qui portent sur la guerre comme ceux de Christophe de Ponfilly « Massoud l’Afghan » et « Poussières de guerre » ou ceux qui présentent l’Afghanistan post-taliban, sans oublier le documentaire d’Atiq Rahimi sur le père Serge de Beaurecueil « Nous avons mangé le pain et le sel » .

A Kaboul, une vingtaine de jeunes cinéastes afghans, qui cherchait un espace hors du cadre d’Afghan Films, se sont adressés à Daniel Massat-Bourrat pour lui demander de leur prêter une salle une fois par semaine le jeudi pour projeter leurs films (documentaires surtout) et en faire collectivement une analyse critique.

Cette initiative montre que le cinéma afghan est en train de prendre un nouveau départ, bien que cette reprise reste fragile et nécessite le soutien de partenaires étrangers.

Des films projetés dès les années 1920

Dès les années 1920, des films indiens ont commencé a être projetés. Le roi Amanullah a rapporté des pellicules de son voyage en Europe. C’était des films muets. Dès que le cinéma est devenu parlant, ce sont les films indiens qui se sont imposés en Afghanistan. En effet, de nombreux films sont fondés sur la culture persane. Apres la Seconde guerre mondiale, les Indiens se sont mis à réaliser des films lyriques fondés sur le mythe de Leïla et Madjnoun, de Chirine, et du Chakhnamé (“Livre des rois” de Ferdoussi). Aussi mièvres soient-ils parfois, ces films parlent immédiatement aux spectateurs afghans car ils renvoient à leur imaginaire.

Avant les talibans, il y avait à Kaboul 25 cinémas, dont 23 montraient des films indiens. Mais le public recherche aussi la qualité. Quand le film afghan “Le péché” est sorti en 1982, il a rencontre un beau succès de préférence à ses concurrents commerciaux indiens de Bollywood. Un bon film passe donc toujours. “Ossama” de Siddiq Barmak a eu du succès en Afghanistan parce qu’il présente une histoire qui pourrait faire partie de la vie de nombreux Afghans. C’est ce qu’a pu constater son réalisateur en interrogeant des spectateurs à la sortie du cinéma ou le film était projeté.

Le cinéma afghan à proprement parler a débuté en 1947. A partir de 1952-53, des courts métrages ont été diffusés dans des salles de cinéma afghanes. 41 films ont été réalisés à cette époque. Jusqu’en 1985-86, il y avait un cinéma dans chaque grande ville d’Afghanistan. A Kunduz et à Mazar, il y en avait même deux. Depuis le renversement des talibans, on constate un nouvel élan. 53 sociétés de production ont été enregistrées, dont une à Herat. 36 films – 16 courts métrages et 10 documentaires – ont été réalisés en 2004.

Actuellement, il y a une salle à Mazar, à Pol-e Qumri, à Maïmana (non fonctionnel), à Taloqan, à Nimroz et à Lachkargah et même deux à Kunduz. Il est question que le cinéma de Herat soit reconstruit avec l’aide de la France et de l’Allemagne pour remplacer celui que les Talibans ont remplacé par une mosquée, ainsi qu’à Kandahar et même à Gardez (où la construction a commencé). Dans quasiment tout l’Afghanistan (sauf la Kounar), se sont ouverts aussi des magasins où l’on peut acheter ou louer de cassettes vidéos et de DVD, preuve que la demande existe.

La plupart des cinéastes sont à Kaboul. Il y en a peut-être deux ou trois tout au plus à Herat, à Kandahar et à Mazar-e Charif. Razi Mohebi soulignait en avril que les cinéastes afghans travaillent essentiellement à réaliser des documentaires pour les OING de Kaboul, tandis que les films de fiction et autres sont plutôt destinés aux festivals étrangers. Originaire de Ghazni, Razi Mohebi est l’auteur du court métrage “Le cerf-volant”, retenu dans la sélection officielle du festival Locarno et projeté en 2004 lors du “Festival des trois continents” à Nantes.

Le cinéma en Afghanistan a un atout, mais de gros handicaps : il jette un regard original sur la société afghane, mais il manque de moyens financiers et humains. Il dépend donc de l’aide de l’Etat, de producteurs et d’organisations

internationales. Ainsi, “Ossama” a été produit grâce à des financements iraniens et japonais que le cinéaste iranien Mohsen Maktalbaf a aidé à trouver.

Le cinéma afghan aurait encore besoin de soutiens pendant ces six à sept prochaines années. Cependant, les hauts fonctionnaires des ministères ne comprennent pas que le cinéma, c’est un art, mais aussi un secteur économique qui peut procurer des recettes a l’Afghanistan.

Ce qui handicape aussi le développement de ce secteur d’activité, c’est l’absence de cinémas dans la plupart des provinces, alors qu’il n’y a pas de couverture télévisée sur l’ensemble du pays. Pour tenter de remédier a ces problèmes, des équipes itinérantes ont été organisées depuis 1954. Les films qu’elles présentaient portaient sur des problèmes particuliers pour que la population en prenne conscience et sache comment on peut les régler. Mais des films de Charlie Chaplin ou de Buster Keaton étaient aussi projetés. Cette tradition a été reprise avec l’aide de l’association Aïna en mars 2002. Les équipes organisent des projections improvisées à l’aide de matériel portable (écran, projecteur générateur) dans huit grandes régions (qui regroupent chacune deux ou trois provinces). Elles touchent un million de personnes selon Aïna.

Sur le plan humain, il est très difficile de trouver des cameramen, des chefs opérateurs ou des techniciens pour travailler professionnellement. Il n’y a pas de producteur qui sache trouver des fonds pour des films afghans, si bien que les cinéastes afghans travaillent essentiellement avec de petites cameras numériques et des tables de montage sur ordinateur.

Cependant, l’Afghanistan pourrait avoir son industrie du cinéma.

En Afghanistan, le public intéressé a l’habitude des films américains et indiens. Il ne reste pas beaucoup de place pour un cinéma d’auteur afghan, qui est surtout demandé à l’étranger.

La tâche du cinéma afghan est de réaliser non pas des films sur l’Afghanistan, mais des films qui fassent ressortir l’humanité de ce pays faute de quoi, ils ne réalisent plus guère une activité artistique. Selon Razi Mohebi, “le cinéma, c’est aussi une affaire de relations. Le réalisateur est plutôt comme un chef d’orchestre qui choisit les mots

justes, dirige les gens et les conduit à faire de l’art. Dans le cinéma, c’est l’art qui choisit les hommes et non l’inverse. Le matériau vient des autres, mais c’est le réalisateur qui lui donne une forme.”

A l’inverse de Razi Mohebi, Siddiq Barmak , ex-directeur de la société publique Afghan Films (le Centre national de la cinématographie afghan inauguré en 1964, qui jouit d’une situation de monopole pour la diffusion de films afghans), est une personnalité influante des milieux du cinéma afghan. Il s’est formé entre 1982 et 1987 à l’Institut supérieur d’Etat du cinéma (VGIK) de Moscou . Fort du succès d'”Ossama”, il s’apprête à sortir un autre film au début de 2006.

Pour lui, les gages du développement du cinéma afghan sont avant tout la lutte contre la pauvreté en Afghanistan (un enseignant du secondaire gagne 2000 afghanis – 32 euros par mois) et le développement économique du pays. Atiq Rahimi, auteur du film “Terre et cendres”, primé à Cannes en 2004, lui parait être une exception parmi les cinéastes de la diaspora, car ceux-ci ne caractérisent pas bien les Afghans. Ils lui semblent être sous influence, tant il est difficile de concilier les deux cultures où ils évoluent, la culture occidentale et orientale. Ils sont en quelque sorte coincés entre ces deux cultures sans y trouver véritablement leur place.

L’aide de la Russie et de la France

Les Russes se sont engagés auprès de M. Latif, le directeur général d’Afghan Films” à donner cinq bourses à de jeunes cinéastes afghans de talent pour des études au VGIK l’année prochaine.

Alors que les Allemands proposaient leur aide pour travailler sur les archives audiovisuelles de l’Afghanistan, ils se sont retirés face à ce qui apparaissaient comme un engagement important de la France dans ce domaine. L’INA (Institut national de l’audiovisuel) a envoyé de Paris de l’équipement pour numériser les archives d’Afghan Films, de la Radiodiffusion afghane (courageusemet sauvées des talibans par les techniciens afghans) et d’Ariana, le studio d’Ahmad Chah Massoud. Cependant, les machines de conception ancienne qui ont été envoyées sans consulter les Afghans, ont causé un grand nombre de problèmes (déchirement de pellicules notamment), qu’un technicien français envoyé à Radio Kaboul m’avouait être incapable de régler en avril.

Quatre films seulement ont pu être numérisés au prix de coûteuses missions d’experts et d’une perte de temps considérable. C’est pourquoi, Siddiq Barmak souhaitait que l’INA envoie un équipement plus cher, mais fiable, en soulignant que les Afghans n’étaient pas assez riches pour se procurer du matériel bon marché.

C’est une expérience malheureuse, car le travail réalisé devrait déboucher, s’il est mené a terme, sur des contrats d’exploitation commerciaux, qui pourraient être dans l’intérêt de l’INA et des Archives afghanes. Mais pour cela, il faut adopter une optique reposant non seulement sur une aide au montant nécessairement limité, mais surtout sur une démarche économique.

Le résultat, c’est que l’INA lui-même a perdu beaucoup d’argent.

Le travail réalisé a néanmoins donné lieu à la présentation de films afghans sous-titrés en français en 2004 lors du Festival des trois continents de Nantes.

“Ossama” et “le cerf-volant” : renaissance du cinéma en Afghanistan

Le cinéma afghan suscite un engouement croissant. Un festival vient notamment d’être organisé à Cologne. Outre des films d’archives comme ou le film « Les cavaliers » de Frankenstein, d’après Joseph Kessel, il a diffusé des films récents de cinéastes étrangers ou installés à l’étranger comme « A cinq heures de l’après-midi » ou « Kandahar » de l’Iranien Mohsen Makmalbaf, et « Terre et cendres » d’Atiq Rahimi, qui a été primé à Cannes en 2004. Les documentaires occupent encore une place importante dans les films sur l’Afghanistan, que ce soit les films réalisés avant l’invasion soviétique par la DAFA ou « Nomades afghans » d’Ella Maillart, ceux qui portent sur la guerre comme ceux de Christophe de Ponfilly « Massoud l’Afghan » et « Poussières de guerre » ou ceux qui présentent l’Afghanistan post-taliban, sans oublier le documentaire d’Atiq Rahimi sur le père Serge de Beaurecueil « Nous avons mangé le pain et le sel » .

A Kaboul, une vingtaine de jeunes cinéastes afghans, qui cherchait un espace hors du cadre d’Afghan Films, se sont adressés à Daniel Massat-Bourrat pour lui demander de leur prêter une salle une fois par semaine le jeudi pour projeter leurs films (documentaires surtout) et en faire collectivement une analyse critique.

Cette initiative montre que le cinéma afghan est en train de prendre un nouveau départ, bien que cette reprise reste fragile et nécessite le soutien de partenaires étrangers.

Des films projetés dès les années 1920

Dès les années 1920, des films indiens ont commencé a être projetés. Le roi Amanullah a rapporté des pellicules de son voyage en Europe. C’était des films muets. Dès que le cinéma est devenu parlant, ce sont les films indiens qui se sont imposés en Afghanistan. En effet, de nombreux films sont fondés sur la culture persane. Apres la Seconde guerre mondiale, les Indiens se sont mis à réaliser des films lyriques fondés sur le mythe de Leïla et Madjnoun, de Chirine, et du Chakhnamé (“Livre des rois” de Ferdoussi). Aussi mièvres soient-ils parfois, ces films parlent immédiatement aux spectateurs afghans car ils renvoient à leur imaginaire.

Avant les talibans, il y avait à Kaboul 25 cinémas, dont 23 montraient des films indiens. Mais le public recherche aussi la qualité. Quand le film afghan “Le péché” est sorti en 1982, il a rencontre un beau succès de préférence à ses concurrents commerciaux indiens de Bollywood. Un bon film passe donc toujours. “Ossama” de Siddiq Barmak a eu du succès en Afghanistan parce qu’il présente une histoire qui pourrait faire partie de la vie de nombreux Afghans. C’est ce qu’a pu constater son réalisateur en interrogeant des spectateurs à la sortie du cinéma ou le film était projeté.

Le cinéma afghan à proprement parler a débuté en 1947. A partir de 1952-53, des courts métrages ont été diffusés dans des salles de cinéma afghanes. 41 films ont été réalisés à cette époque. Jusqu’en 1985-86, il y avait un cinéma dans chaque grande ville d’Afghanistan. A Kunduz et à Mazar, il y en avait même deux. Depuis le renversement des talibans, on constate un nouvel élan. 53 sociétés de production ont été enregistrées, dont une à Herat. 36 films – 16 courts métrages et 10 documentaires – ont été réalisés en 2004.

Actuellement, il y a une salle à Mazar, à Pol-e Qumri, à Maïmana (non fonctionnel), à Taloqan, à Nimroz et à Lachkargah et même deux à Kunduz. Il est question que le cinéma de Herat soit reconstruit avec l’aide de la France et de l’Allemagne pour remplacer celui que les Talibans ont remplacé par une mosquée, ainsi qu’à Kandahar et même à Gardez (où la construction a commencé). Dans quasiment tout l’Afghanistan (sauf la Kounar), se sont ouverts aussi des magasins où l’on peut acheter ou louer de cassettes vidéos et de DVD, preuve que la demande existe.

La plupart des cinéastes sont à Kaboul. Il y en a peut-être deux ou trois tout au plus à Herat, à Kandahar et à Mazar-e Charif. Razi Mohebi soulignait en avril que les cinéastes afghans travaillent essentiellement à réaliser des documentaires pour les OING de Kaboul, tandis que les films de fiction et autres sont plutôt destinés aux festivals étrangers. Originaire de Ghazni, Razi Mohebi est l’auteur du court métrage “Le cerf-volant”, retenu dans la sélection officielle du festival Locarno et projeté en 2004 lors du “Festival des trois continents” à Nantes.

Le cinéma en Afghanistan a un atout, mais de gros handicaps : il jette un regard original sur la société afghane, mais il manque de moyens financiers et humains. Il dépend donc de l’aide de l’Etat, de producteurs et d’organisations

internationales. Ainsi, “Ossama” a été produit grâce à des financements iraniens et japonais que le cinéaste iranien Mohsen Maktalbaf a aidé à trouver.

Le cinéma afghan aurait encore besoin de soutiens pendant ces six à sept prochaines années. Cependant, les hauts fonctionnaires des ministères ne comprennent pas que le cinéma, c’est un art, mais aussi un secteur économique qui peut procurer des recettes a l’Afghanistan.

Ce qui handicape aussi le développement de ce secteur d’activité, c’est l’absence de cinémas dans la plupart des provinces, alors qu’il n’y a pas de couverture télévisée sur l’ensemble du pays. Pour tenter de remédier a ces problèmes, des équipes itinérantes ont été organisées depuis 1954. Les films qu’elles présentaient portaient sur des problèmes particuliers pour que la population en prenne conscience et sache comment on peut les régler. Mais des films de Charlie Chaplin ou de Buster Keaton étaient aussi projetés. Cette tradition a été reprise avec l’aide de l’association Aïna en mars 2002. Les équipes organisent des projections improvisées à l’aide de matériel portable (écran, projecteur générateur) dans huit grandes régions (qui regroupent chacune deux ou trois provinces). Elles touchent un million de personnes selon Aïna.

Sur le plan humain, il est très difficile de trouver des cameramen, des chefs opérateurs ou des techniciens pour travailler professionnellement. Il n’y a pas de producteur qui sache trouver des fonds pour des films afghans, si bien que les cinéastes afghans travaillent essentiellement avec de petites cameras numériques et des tables de montage sur ordinateur.

Cependant, l’Afghanistan pourrait avoir son industrie du cinéma.

En Afghanistan, le public intéressé a l’habitude des films américains et indiens. Il ne reste pas beaucoup de place pour un cinéma d’auteur afghan, qui est surtout demandé à l’étranger.

La tâche du cinéma afghan est de réaliser non pas des films sur l’Afghanistan, mais des films qui fassent ressortir l’humanité de ce pays faute de quoi, ils ne réalisent plus guère une activité artistique. Selon Razi Mohebi, “le cinéma, c’est aussi une affaire de relations. Le réalisateur est plutôt comme un chef d’orchestre qui choisit les mots

justes, dirige les gens et les conduit à faire de l’art. Dans le cinéma, c’est l’art qui choisit les hommes et non l’inverse. Le matériau vient des autres, mais c’est le réalisateur qui lui donne une forme.”

A l’inverse de Razi Mohebi, Siddiq Barmak , ex-directeur de la société publique Afghan Films (le Centre national de la cinématographie afghan inauguré en 1964, qui jouit d’une situation de monopole pour la diffusion de films afghans), est une personnalité influante des milieux du cinéma afghan. Il s’est formé entre 1982 et 1987 à l’Institut supérieur d’Etat du cinéma (VGIK) de Moscou . Fort du succès d'”Ossama”, il s’apprête à sortir un autre film au début de 2006.

Pour lui, les gages du développement du cinéma afghan sont avant tout la lutte contre la pauvreté en Afghanistan (un enseignant du secondaire gagne 2000 afghanis – 32 euros par mois) et le développement économique du pays. Atiq Rahimi, auteur du film “Terre et cendres”, primé à Cannes en 2004, lui parait être une exception parmi les cinéastes de la diaspora, car ceux-ci ne caractérisent pas bien les Afghans. Ils lui semblent être sous influence, tant il est difficile de concilier les deux cultures où ils évoluent, la culture occidentale et orientale. Ils sont en quelque sorte coincés entre ces deux cultures sans y trouver véritablement leur place.

L’aide de la Russie et de la France

Les Russes se sont engagés auprès de M. Latif, le directeur général d’Afghan Films” à donner cinq bourses à de jeunes cinéastes afghans de talent pour des études au VGIK l’année prochaine.

Alors que les Allemands proposaient leur aide pour travailler sur les archives audiovisuelles de l’Afghanistan, ils se sont retirés face à ce qui apparaissaient comme un engagement important de la France dans ce domaine. L’INA (Institut national de l’audiovisuel) a envoyé de Paris de l’équipement pour numériser les archives d’Afghan Films, de la Radiodiffusion afghane (courageusemet sauvées des talibans par les techniciens afghans) et d’Ariana, le studio d’Ahmad Chah Massoud. Cependant, les machines de conception ancienne qui ont été envoyées sans consulter les Afghans, ont causé un grand nombre de problèmes (déchirement de pellicules notamment), qu’un technicien français envoyé à Radio Kaboul m’avouait être incapable de régler en avril.

Quatre films seulement ont pu être numérisés au prix de coûteuses missions d’experts et d’une perte de temps considérable. C’est pourquoi, Siddiq Barmak souhaitait que l’INA envoie un équipement plus cher, mais fiable, en soulignant que les Afghans n’étaient pas assez riches pour se procurer du matériel bon marché.

C’est une expérience malheureuse, car le travail réalisé devrait déboucher, s’il est mené a terme, sur des contrats d’exploitation commerciaux, qui pourraient être dans l’intérêt de l’INA et des Archives afghanes. Mais pour cela, il faut adopter une optique reposant non seulement sur une aide au montant nécessairement limité, mais surtout sur une démarche économique.

Le résultat, c’est que l’INA lui-même a perdu beaucoup d’argent.

Le travail réalisé a néanmoins donné lieu à la présentation de films afghans sous-titrés en français en 2004 lors du Festival des trois continents de Nantes.

Philippe Frison

Intervista ai registi Razi e Soheila Mohebi, a cura di A. Zabonati

Università Ca’ Foscari Venezia 

Lettera aperta: Rifugiati politici , cittadini del nulla

nodi ciechi e le porte chiuse. Cosa significa essere rifugiato politico in Italia.

Quando non puoi cambiare la situazione lancia un sasso in mare e osserva la moltiplicazione dei cerchi sull’acqua, forse quel movimento porterà il tuo sussurro fino agli oceani.

“Lo vedevo spesso nei vicoli del centro storico di Trento e in via Roma, nella biblioteca centrale della città. La mattina andava lì, lavava la sua faccia nel bagno, cercava un po’ di calore nel profumo del caffè e delle brioche del bar.
Gli chiedevo: “Come stai?”. Diceva: “Dalla mattina fino alla sera cerco lavoro senza trovare nulla, passo le notti in strada vicino alla stazione sopra i tombini dell’areazione per non congelarmi. Pranzo alla Caritas se arrivo in tempo”.
Poi si è perso. Chiedevamo a chiunque, ma nessuno sapeva nulla di lui. Un giorno abbiamo saputo che aveva richiesto asilo politico alla Svezia. Ancora mesi di silenzio, fino a quando ci dissero che volevano rimandarlo a Trento e che lui, per rimanere là, aveva tentato per tre volte il suicidio nel campo rifugiati. Alla fine l’ufficio competente svedese aveva accettato di prendere in considerazione il suo caso”.

Scriviamo questa lettera affinché il grido di sofferenza di un uomo sia di invito per i nostri concittadini a pensare alla situazione di decine di migliaia di altri esseri umani e più in generale alla condizione del rapporto fra gli uomini del nostro tempo. Come rifugiati politici che vivono in Italia da oltre cinque anni, siamo giunti alla conclusione di dover impugnare la penna e raccontare di quell’uomo indefinito: “Chi è il rifugiato politico? Cos’è l’asilo politico? Cosa significa chiedere quest’asilo all’Italia? Che significa per l’Italia dare questo asilo?”. Il rifugiato politico è l’emblema di tutte delle contraddizioni del mondo globale. Prigioniero di due stati, quello da cui è fuggito e quello che lo ha accolto, e di nessuna cittadinanza.

Un uomo costretto a vivere senza volto. Un fantasma che nel migliore dei casi trova di fronte a sé tre grandi porte chiuse. Infatti, ammesso che il suo corpo riesca a non diventare mangime per i pesci, o a non venir schiacciato dai camion cui si aggrappa per superare la frontiera, o che riesca ad affrontare tutti i confini visibili e invisibili fino ad arrivare in questa terra, una volta ottenuto l’asilo politico trova comunque di fronte a sé tre grandi porte chiuse.

La prima porta.
Questa porta riguarda l’impossibilità in Italia di poter dare continuità a quell’attività politica e sociale per la quale il rifugiato ha rischiato la propria vita e per la quale è stato costretto ad abbandonare la terra d’origine, gli affetti e le sue proprietà. Chi entra a far parte della categoria di rifugiato politico non ha infatti la possibilità di continuare un’attività che mantenga le reti create precedentemente o che gli permetta di attivarne di nuove nel paese ospitante. Questo è il caso di giornalisti, attivisti, avvocati, registi e studenti che non hanno abbandonato il proprio paese alla ricerca di un miglioramento economico, ma con l’obiettivo di perseverare nelle loro attività politiche, sociali e culturali. Non potendo fare ciò, il loro sacrificio, e quello degli ex colleghi, dei familiari e degli amici rimasti nel paese d’origine, perde qualsiasi senso.
In un paese come l’Italia, privo di una legge organica in materia, nei migliori dei casi il rifugiato si vede costretto a vivere di piccoli sussidi che ne permettono la sopravvivenza ma non ne favoriscono la realizzazione personale. Si permette al corpo di sopravvivere mentre l’anima avvizzisce. Stiamo parlando di uomini e donne che hanno elevati titoli di studio, specializzazioni, spirito imprenditoriale, desiderio di restituire il favore dell’accoglienza arricchendo la società che li ospita. Persone dotate del carisma necessario per contrapporsi a regimi dittatoriali e sanguinari e che spesso hanno una tale forza d’animo da poter dare certamente un prezioso contributo a qualsiasi società. Eppure ogni loro intenzione, ogni loro energia propositiva e vitale è spenta dalla totale insensatezza del meccanismo burocratico che “gestisce” la loro nuova vita di non-cittadini. Un meccanismo che preferisce elargire sussidi, trovare lavori poco decorasi ma “controllati”, rinchiudere in alloggi “protetti” o superaffollati al permettere un’attiva realizzazione delle proprie aspirazioni.

La seconda porta.
Questa porta è sbarrata dalla “Convenzione di Dublino” cui aderiscono 24 paesi europei e in cui si obbliga il primo paese ricevente a registrare le impronte digitali del richiedente e limitarne entro i propri confini la residenza, la circolazione e il lavoro: questo rende la condizione di asilo politico un esilio di fatto. Un regolamento criticato fortemente sia dal Consiglio Europeo per i rifugiati e gli esuli che dall’UNHCR in quanto incapace di tutelare i diritti fondamentali dei rifugiati. Ed è paradossale che in una società globale in cui tutto sembra potersi muovere liberamente (merci, notizie, stili di vita, contenuti culturali e mediali) le persone non abbiamo gli stessi “diritti di movimento”. Si sente spesso dire che in questo tempo le persone sono trattate come merci. Ma nel caso dei rifugiati politici lo status di “persona” sembra addirittura inferiore a quello di qualsiasi prodotto commerciale.

La terza porta.
Questa porta è chiusa dall’impossibilità del ritorno in patria. I rifugiati si trovano costretti, così, ad ondeggiare in un limbo. Un limbo che più che una questione sociale o di dignità personale sta sempre più diventando un metro di civiltà. Secondo recenti dati Istat negli ultimi due anni, sul solco della crisi economica che ha colpito l’Italia, già 800.000 immigrati hanno deciso di lasciare il Paese per rientrare nei loro stati d’origine. E’ bene ricordare, anche se può sembrare tautologico, che il rifugiato politico a differenza degli immigrati non ha la possibilità di tornare nel proprio paese di origine nemmeno quando il paese “ospitante”, come nel caso di un’Italia in profonda crisi, versa in situazioni economiche e sociali che non ne permettono una vita dignitosa. Ed è soprattutto utile ribadire che sul limbo in cui fluttuano i rifugianti politici pende una duplice condanna sancita dalle mancanze dei governi dell’Unione Europea (Premio Nobel per la Pace 2012). Perché duplice condanna? In primis perché fuggono da conflitti o regimi dittatoriali direttamente o indirettamente sostenuti dagli stessi governi europei che, in secondo luogo, non hanno attuato politiche condivise ed efficaci per la loro accoglienza, inserimento e valorizzazione e per il rispetto della loro dignità. Fatto drammaticamente rilevante per l’Italia che, ad oggi, non ha ancora espresso una benché minima legge in materia. Attualmente l’Italia sta ospitando solo 58.000 rifugiati politici a fronte dei 570.000 ospitati dalla Germania. Eppure sembra solo quello italiano ad essere un caso emergenziale, sebbene i numeri ne smentiscano l’intensità.

Queste tre porte, serrate con l’efficacia del ferro e del cemento, sono tuttavia invisibili e non servono né pugni né baionette per aprirle. Solo poche parole d’ordine ne possono permettere magicamente l’apertura. Parole che però possono sciogliere questo incantesimo inumano solo se pronunciate a gran voce da tutta la società.

Queste parole d’ordine, che vorremmo sentire urlate a gran voce dalla società civile e dai mezzi di informazione, altro non sono che tre semplici provvedimenti: una legge organica per i rifugiati politici, l’abolizione della Convenzione di Dublino e l’accelerazione dei tempi burocratici per il diritto di cittadinanza. Senza queste tre parole d’ordine il rifugiato politico non potrà mai trovare un posto all’interno della società, non potrà mai conoscere i propri diritti doveri, non potrà mai essere un attore sociale attivo, non potrà contribuire ad arricchire la società che lo ha accolto e di cui fa parte. Ma rimarrà un cittadino del nulla. Senza cittadinanza altro non è che un “fantasma burocratico” in balia del semplice e puro assistenzialismo. Come un bambino intelligente e dotato costretto a rimanere tutta la vita in una culla. Sempre accudito, mai adulto.

Non potendo varcare le tre porte il rifugiato politico cade nel vuoto dei “tombini” lasciati aperti nelle strade. Viene risucchiato dai loro gorghi e scompare fra i rifiuti senza nemmeno passare per la raccolta differenziata.

La caduta passa attraverso quattro diversi gironi danteschi in cui il rifugiato si trova ad essere risucchiato in un movimento lento, graduale e inesorabile.

Il primo girone è rappresentato dagli enti locali – nel caso del Trentino dal Cinformi. Senza una legge organica il rifugiato politico percepisce subito gli enti locali come strutture imbalsamate e inermi di cui non è chiaro il ruolo né le direttive. Passata la fase emergenziale dell’accoglienza immediata (fase che può durare anche alcuni anni), il rifugiato politico viene poi spinto dagli enti locali nella bocca del secondo girone: quello delle agenzie per il lavoro.

In questo girone – quello in cui i condannati sono costretti a cercare un lavoro che non avranno mai – l’assenza della cittadinanza e l’impossibilità di potersi muovere liberamente nei diversi stati alla ricerca di un lavoro che corrisponda alle proprie inclinazioni crea il più grande dei circoli viziosi: la mancanza di offerte di lavoro dovuta alla crisi economica, infatti, obbliga all’assistenzialismo continuo, ultima via verso il margine della società.

Il terzo girone passa per le infinite vie degli assistenti sociali e dei loro tentativi di trovare alloggi protetti, case famiglia e lavori scartati dagli italiani.

L’ultimo girone, esaurite tutte le possibilità di inserimento, passa per il semplice meccanismo di soddisfare i bisogni primari di sopravvivenza presso enti legati alla Chiesa, come ad esempio Caritas.

Il rifugiato entra così in una serie di circoli viziosi in cui ogni emergenza ne produce un’altra peggiore. Intendiamoci, nessuno dei livelli ha delle colpe o semplicemente delle mancanze specifiche. E’ l’intera impalcatura che non regge e che fa si che tutti navighino a vista e nessuno sappia realmente cosa fare. Sembra infatti sempre più evidente che nessuno dei livelli istituzionali (i gironi) sia realmente preparato ad intervenire nella gestione di questo fenomeno con strumenti adeguati e specificatamente studiati per i rifugiati politici. L’intervento generico e approssimativo in realtà ne facilita la caduta o crea nei migliori dei casi un sistema assistenzialistico a ciclo continuo che attraverso fondi europei, o quelli stanziati ad hoc per i casi emergenziali, arricchisce i gironi ma non redime le anime dannate.

Alla fine e nel fondo dei quattro gironi c’è la pace dei sensi (per le istituzioni) e l’inferno (per i rifugiati), ovvero: l’assenza di qualsiasi responsabilità.

Al di là della precarietà economica, la vera caduta nel vuoto è la fragilità mentale che consegue a tale trattamento e che, se non conduce necessariamente alla morte fisica, ne comporta di certo una psicologica: il rifugiato diventa un’anima morta in un corpo mobile e la società subisce il progressivo ingrandimento di un cimitero di corpi senza nome che camminano nella città, mangiano in chiesa e dormono per strada. Morti viventi cui è tolta la possibilità di creare rete e lavoro e che diventano così un pericolo per la società, oltre che per sé stessi. Il tombino va dunque chiuso dipingendo aperture sulle pareti. Solo attraverso una legge organica, e quindi istituzioni adeguate, si possono rompere questi circoli viziosi e creare uno spazio in cui l’asilo politico sia ponte tra i beni culturali e sociali di due paesi differenti.

Per quanto riguarda il nostro caso specifico di rifugiati politici, dopo più di cinque anni vissuti in Trentino abbiamo iniziato ad amare questa terra e a tessere con essa dei legami profondi. Una terra in cui abbiamo cresciuto nostro figlio che parla e si sente in tutto e per tutto italiano. Per lui il Trentino è il suo pianeta, la sua famiglia allargata e la sua infanzia. E’ una parte inseparabile del suo  sulla quale sta costruendo l’uomo che sarà un domani.

Una terra che inoltre abbiamo provato a vivere intensamente a livello sociale e culturale attraverso molteplici progetti: innanzitutto il “Progetto Afghanistan 2014”realizzato con la collaborazione del Forum per la Pace del Trentino, di Filmwork Trento e delle Fondazioni Fontana e Mehregan. Un progetto dai molti risvolti politici, sociali ed economici che coinvolge importanti attori esteri e locali e che si propone di fare del Trentino il centro internazionale di un profondo dialogo interculturale sul futuro dell’Afghanistan ma soprattutto su un futuro comune basato sulla cultura della pace. Altri progetti hanno invece riguardato più strettamente la nostra attività di registi. In questi anni abbiamo infatti prodotto e realizzato in Trentino diversi film e portato con orgoglio il nome della Provincia Autonoma di Trento alle oltre cinquanta proiezioni presentate all’estero e in altre regioni d’Italia anche in occasione di importanti kermesse e festival internazionali. Infine, da tre anni a questa parte abbiamo dato vita all’Associazione Sociocinema, nata in collaborazione con alcuni studenti della facoltà di sociologia dell’Università di Trento. Un’associazione che attraverso un workshop di cinematografia digitale, da noi tenuto, promuove l’uso di strumenti digitali per raccontare la realtà sociale.

Nonostante tutto ciò, nonostante i nostri sforzi per integrarci ed essere parte attiva del tessuto sociale che ci ha accolti, ci troviamo però nella situazione di dover continuamente scontrarci con gli innumerevoli ostacoli e le difficoltà che, come sopra descritto, ogni rifugiato si trova a dover affrontare in questo paese. Difficoltà che limitano la nostra capacità di agire in modo indipendente e di fronte alle quali tutte le istituzioni sembrano essere impotenti. Ed è proprio vista la mancanza di responsabilità manifestata a qualsiasi livello dalle istituzioni e data la situazione paradossale in cui ci troviamo, ad esempio quella di disporre di finanziamenti in Paesi esteri cui non possiamo accedere per il semplice motivo di non possedere una cittadinanza (finanziamenti che se sbloccati ci permetterebbero di generare progetti e ricchezza anche per la terra che ci sta ospitando) chiediamo la cittadinanza immediata. Una richiesta che non deve essere intesa nell’ottica dello scontro, ma come forma di resistenza non violenta e come strumento per poter diventare autonomi e indipendenti rinunciando a qualsiasi forma di assistenza. Chiediamo la cittadinanza immediata come atto d’amore totale verso il territorio e le persone che ci hanno accolto e in cui abbiamo investito molto, affettivamente e professionalmente. Vogliamo continuare a farlo, con ancora maggior trasporto e sentimento, ma da cittadini italiani.

Razi e Soheila Mohebi , Aprile 2013, Trento-Italia

Articolo e stato pubblicato in seguenti link ( in Italiano ) :

corriere del immigrazione

Melting pot

contro la crisi

Politica responsabile 

Per i diritti umani 

Circolo della Federazione della Sinistra – Sinistra Europea

Michele Nardelli 

Anna Vanzan

e in Persiano:

RFI( radio frence international) 

Voice of Russia

8.am

Razi Mohebi, il regista afghano che racconta i migranti

L’autore, che è anche rifugiato politico, ha presentato il mediometraggio ’Reame del nulla’ 

Per i cittadini migranti che vivono in Italia non sempre è facile trovare una casa. Così come sono pieni di ostacoli i percorsi di integrazione sociale e lavorativa. Per questo, i migranti molto spesso rischiano di essere emarginati, rifiutati e vivono in uno stato di sofferenza. Di malinconia. Lo sa bene Razi Mohebi, regista afgano e rifugiato politico, che ha affidato al mediometraggio ’Reame del nulla’ le confidenze più intime che rievocano il suo essere migrante in una nazione a volte capace di dimenticare i valori dell’accoglienza e della tolleranza. 

Quello di Razi è un film poetico che attraverso la musica, i silenzi e gli sguardi dei protagonisti racconta le difficoltà dei migranti di trovare un alloggio. Ma anche le terribili condizioni di vita in cui versano gli emarginati, i diseredati, i poveri. Focalizzando l’attenzione sul muro d’indifferenza alzato dalla ’cosiddetta gente per bene’ che fa fatica ad ascoltare chi vive ai margini, a comunicare con loro. Anche se il lieve messaggio di speranza invocato dall’autore, fa da sfondo a questa amara storia di solitudine. E lo stesso Razi non nasconde che la pellicola conserva alcuni tratti autobiografici.

Razi Mohebi Ci sono degli aspetti autobiografici in questo film perché io ho passato più di vent’anni della mia vita come immigrato in altri Paesi. Per questo vorrei raccontare i dolori, i bisogni, la volontà di una persona che emigra. L’immigrazione è un fenomeno naturale della società. La cultura è come un giardino, come un albero di mele dove ci sono i diversi gusti, i diversi colori. Gli immigrati sono come le api: se emigrano spostano i gusti, i colori dei diversi alberi. E senza queste api non puoi avere la diversità. La cultura deve viaggiare. Se la cultura rimane immobile è destinata a morire. L’immigrazione è un fenomeno fondamentale per dare i diversi gusti, i diversi sapori. E rende più morbidi gli spazi, le differenze. 

Razi Mohebi è nato il primo gennaio del 1970 a Ghazni, in Afghanistan. Fa parte dell’etnia hazara che da sempre ha subito massacri e persecuzioni. Il regista di ’Reame del nulla’, quindi, viene da un paese martoriato dalla guerra, in cui i Talebani avevano persino chiuso i cinema e neutralizzato ogni forma di cultura. E Razi a causa del suo impegno sociale e civile sviluppato attraverso la passione per il cinema, è stato minacciato, rapito e lasciato in fin di vita alla periferia di Kabul. Ma non si è dato per vinto, non ha rinunciato alla sua arte ed ha proseguito la sua attività cinematografica realizzando altri documentari e cortometraggi. 

Razi Mohebi La prima immagine che vidi quando tornai in Afhanistan furono i televisori, le cassette video e quelle musicali buttate per la strada. Fu un’immagine impressionate: la negazione dei media e di ogni forma di comunicazione, espressione, creatività. Un popolo senza immagine è un popolo senza memoria. Un popolo morto. 

Per questo Razi non si ferma. E con sua moglie Soheila continua ad affidare al cinema la sua voglia di raccontare, di denunciare. Come in ’Reame del nulla’. Il film ha partecipato alla 66° Mostra del Cinema di Venezia e ad altre rassegne cinematografiche ottenendo diversi riconoscimenti importanti.

GLI IMMIGRATI IN CERCA DI CASA, IL FILM DEL CINFORMI


ieri il primo ciak a Castel Pietra del regista Razi Mohebi

E’ scattato ieri 29 marzo 2009 il primo ciak del cortometraggio prodotto dal Cinformi dedicato al tema immigrazione, con particolare riferimento alla casa.

E’ scattato ieri 29 marzo 2009 il primo “ciak” del cortometraggio prodotto dal Cinformi dedicato al tema immigrazione, con particolare riferimento alla casa. La regia del cortometraggio, della durata di 45 minuti, è affidata a Razi Mohebi, regista afghano che attualmente si trova, con la moglie e il figlio, nella condizione di rifugiato in Italia. Il soggetto è stato scritto da Razi Mohebi e dalla moglie Soheila Javaheri Mohebi (aiuto regista) che ha accompagnato professionalmente Razi in molte sue realizzazioni artistiche. Le riprese sono affidate a Mohammad Haidari, afghano, allievo di Abbas Kiarostami alla Scuola del Cinema iraniana e fuggito all’età di due anni assieme alla famiglia dall’Afghanistan verso l’Iran. Protagonisti principali del cortometraggio (che partecipano a titolo gratuito) sono Bruno Zanin, attore e scrittore italiano scelto tra l’altro da Federico Fellini per interpretare il Titta di Amarcord e Basir Ahang, giornalista e scrittore indipendente afghano rifugiato in Italia. Le scene verranno girate a Castel Pietra, a Calliano e all’ex stabilimento Sloi, a Trento. L’anteprima ufficiale del cortometraggio è in programma il 31 maggio prossimo, a Trento, nell’ambito del Festival dell’Economia.

Il tema trattato nasce da queste semplici considerazioni. Trovare un’abitazione è spesso un problema sia per gli italiani che per molti immigrati. In particolare per gli stranieri è un problema a causa dei pregiudizi nei loro confronti. Oltre a rappresentare una necessità, l’alloggio è un requisito importante proprio per poter rinnovare il titolo di soggiorno, richiedere il ricongiungimento familiare e ottenere la carta di soggiorno per i propri famigliari.

Gli immigrati in cerca di casa: sinossi del cortometraggio La vita piatta e scandita dalle routine di Stefano, benestante cinquantenne incapace di provare sentimenti, si intreccia, attraverso i racconti di un diario, con quella di Basir e con il suo “cammino” di immigrato. Attraverso gli scritti lasciati da Basir nell’appartamento preso in affitto da Stefano, quest’ultimo conosce il vissuto e i sentimenti che hanno accompagnano il percorso migratorio di Basir (ma idealmente di tanti altri stranieri), con particolare riferimento alla ricerca della casa. Il cortometraggio si sviluppa attraverso un’esperienza di crescente consapevolezza, da parte di Stefano, delle tante difficoltà e dei piccoli grandi drammi che spesso i migranti in cerca di un’abitazione devono affrontare; un percorso che lo porterà a riscoprire la propria umanità.

Razi Mohebi (regista) Dopo aver lungamente vissuto da rifugiato in Pakistan e in Iran, il regista afghano Razi Mohebi ha partecipato da protagonista alla stagione di rinascita culturale vissuta dall’Afghanistan dopo la caduta del regime talebano nel 2001. Ha contribuito alla fondazione della “Kabul film” e collaborato con le maggiori produzioni internazionali: coregista del film “Osama”, ha partecipato anche come attore alla realizzazione della pellicola “Alle cinque della sera”, premio della giuria al Festival di Cannes del 2003. Pur vittima di violenze e minacce, il regista non ha voluto rinunciare alla sua attività e ha fondato la Razi Film House, per la quale ha diretto documentari e cortometraggi come “Kite”, condannato dai Talebani e selezionato per i festival di Locarno e Berlino. Già ospite dell’edizione 2007 di Religion Today Filmfestival, oggi Razi vive a Trento con la famiglia nella condizione di rifugiato politico.

Bruno Zanin (Stefano nel cortometraggio) Bruno Zanin è un attore e scrittore italiano. Dopo una vita “on the road” è diventato attore per caso con Federico Fellini che lo ha scelto tra migliaia di ragazzi per interpretare il Titta di Amarcord. Dopo quella esperienza ha preso parte a numerosi film e ha recitato in opere teatrali e diversi sceneggiati televisivi con grandi registi italiani e stranieri come Giuseppe Ferrara, Marco Tullio Giordana, Giuliano Montaldo, Franco Brusati, Luigi Faccini, Lucian Pintilie e Lina Wertmuller. In teatro ha lavorato con Giorgio Strehler, Luca Ronconi, Marco Sciaccaluga, Gianfranco De Bosio, Sandro Sequi, Alfredo Arias. Nel 2007 ha pubblicato il suo primo romanzo di carattere autobiografico “Nessuno dovrà saperlo” (Tullio Pironti Editore), menzione speciale al premio letterario città di Latisana per il Nord Est anno 2007. Ha due figli, Francesco e Fiorenzo. Vive in una baita sperduta tra i boschi ai piedi del monte Rosa in Piemonte.

Abdul Basir Ahang (Basir nel cortometraggio) Abdul Basir Ahang anche lui rifugiato politico in Italia è nella realtà come nel cortometraggio giornalista freelance afghano E’ alla sua prima esperienza cinematografica. Laureato in “lingua e letteratura persiana”, ha collaborato come giornalista con “Repubblica” e per “Kabul press”. In passato è stato corrispondente per Internews Europa e producer Radiofonico per alcune radio a Kabul.

10/09/2010

DOMANI A VENEZIA L’ANTEPRIMA DI “GRIDAMI”

vetrina d’eccezione per il film prodotto dal Cinformi

Il regista afghano Razi Mohebi, assieme alla moglie e il figlio, è rifugiato in Italia

Torna a Venezia il cinema prodotto dal Cinformi dell’assessorato provinciale alla Solidarietà internazionale e alla Convivenza. Domani (sabato 11 settembre), nell’ambito della 67° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, sarà presentata “Gridami”, la nuova opera di Razi Mohebi. Il regista afghano attualmente si trova, con la moglie e il figlio, nella condizione di rifugiato in Italia.
L’anno scorso il pubblico di Venezia aveva applaudito “Reame del nulla”, il mediometraggio che affrontava il tema della ricerca della casa da parte dei cittadini immigrati. La casa infatti, assieme ai documenti di soggiorno e al lavoro, sono i tre problemi principali che i cittadini stranieri devono affrontare nel loro percorso migratorio. Proprio al lavoro è dedicato il film che verrà proiettato domani mattina al Lido. In particolare, il film verrà proposto nella sessione di proiezioni del Premio “Città di Venezia” della Mostra. Nel pomeriggio “Gridami” verrà proposto anche al Teatro del Centro culturale Candiani di Mestre.
Con la seconda opera di Mohebi proodotta dal Cinformi, si amplia il progetto di comunicazione del Centro informativo per l’immigrazione, uno dei cardini del Piano Convivenza approvato in Trentino dalla Giunta provinciale su proposta dell’assessorato alla Solidarietà internazionale e alla Convivenza.

Perché un film sul rapporto immigrazione-lavoro
I lavoratori stranieri occupano un ruolo di primo piano nello scenario dell’immigrazione in Trentino come in tutta Italia. Sono una risorsa fondamentale per rispondere ai fabbisogni dell’economia locale e in particolare del lavoro stagionale, soprattutto nei settori agricolo, turistico e alberghiero.
Attraverso il cinema, il Cinformi fa emergere questo tema con la sensibilità artistica di Razi Mohebi. Il regista afghano, perseguitato nel Paese d’origine proprio per il suo cinema e accolto nel progetto per i richiedenti asilo della Provincia autonoma di Trento, propone quindi un contributo d’autore che valorizza il suo stesso talento. Il film raggiunge la comunità con un linguaggio penetrante: quello delle immagini e quello dei sentimenti che caratterizzano le difficoltà dei cittadini stranieri, anche nelle comunità più accoglienti, ad inserirsi nel tessuto sociale di un nuovo Paese.

Sinossi
La storia di una crisi familiare. Ma non solo una storia d’amore. La famiglia viene da lontano: una coppia di immigrati con la propria storia di tentativi d’integrazione, di compromessi con le proprie origini e aspirazioni. Un triangolo d’amore disgregherà la coppia. Il terzo polo è l’oggetto di un desiderio confuso, un obiettivo che non verrà nemmeno veramente cercato ma che sgretolerà definitivamente l’immagine che i protagonisti avevano di sé, della propria collocazione, del proprio ruolo. Nel contesto di una vita di stranieri, lontani dagli appigli alle proprie origini, ai riferimenti ancestrali, il processo di pulsioni e tensioni aprirà al nostro sguardo le porte su di un vortice che risucchierà i personaggi, rappresentanti di nuove identità smarrite che non si incontrano.

APPLAUSI AL FILM PRODOTTO DAL CINFORMI

presentato a Venezia il “Reame del Nulla”

Applausi al Palazzo del Cinema di Venezia, vetrina mondiale della cinematografia di qualità, per il mediometraggio “Reame del nulla” prodotto dal Cinformi.

Il mediometraggio, diretto dal regista afghano Razi Mohebi (che attualmente si trova, con la moglie e il figlio, nella condizione di rifugiato in Italia), affronta il problema della ricerca della casa da parte dei cittadini immigrati. “Reame del nulla” è stato proiettato nella Sala Pasinetti del Palazzo del Cinema nell’ambito del Premio “Città di Venezia” della 66° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Sabato la proiezione è stata replicata al Teatro del Centro culturale Candiani di Mestre. Venerdì, al Lido, il mediometraggio del Cinformi è stato introdotto dal coordinatore del Premio Città di Venezia, Michele Serra. Accanto al professor Serra il regista Razi Mohebi con la moglie Soheila (aiuto regista) e i rappresentanti dello staff di produzione, guidati dal coordinatore responsabile del Centro informativo per l’immigrazione della Provincia autonoma di Trento, Pierluigi La Spada. “Uno studio ad hoc realizzato dal Cinformi – ha spiegato La Spada al pubblico del Lido – ha evidenziato che, nella ricerca della casa, ai problemi economici che si trovano ad affrontare normalmente anche gli italiani, per gli immigrati si aggiungono problemi di altro genere, come quelli linguistici, la mancanza di parenti e amici ai quali appoggiarsi, la scarsa conoscenza del territorio, la diffidenza e il pregiudizio nei loro confronti. Per questo abbiamo voluto sensibilizzare la comunità sperimentando anche un linguaggio particolarmente efficace come quello del cinema”. La comunicazione a tutti i livelli, peraltro, è uno dei cardini del Piano Convivenza approvato in Trentino dalla Giunta provinciale su proposta dell’assessorato alla Solidarietà internazionale e alla Convivenza. “Approdare a Venezia con il primo film realizzato dal Cinformi è un traguardo che premia non solo l’entusiasmo dello staff di produzione – afferma l’assessore Giovanazzi Beltrami – ma anche la volontà di raccontare, attraverso la magia comunicativa del grande schermo, il dramma che i cittadini immigrati vivono nella ricerca di un’abitazione. L’entusiasmo riscontrato al Lido ci spinge a continuare su questa strada, in questa attività di sensibilizzazione che non può prescindere da uno strumento di divulgazione efficace e carico di emozioni come il cinema. Cogliere le emozioni raccontate dal “Reame del nulla” e più in generale dal cinema dedicato ai migranti aiuta a capire il vissuto, spesso segnato dalla sofferenza, di chi arriva carico di speranza nella nostra comunità.” Si è già rimessa in moto, quindi, la macchina organizzativa per la realizzazione del secondo film del Cinformi, incentrato stavolta sull’inserimento dei cittadini immigrati nel mercato del lavoro. I lavoratori stranieri occupano infatti un ruolo di primo piano nello scenario dell’immigrazione in Trentino come in tutta Italia. Sono una risorsa fondamentale per rispondere ai fabbisogni dell’economia locale e in particolare del lavoro stagionale, soprattutto nei settori agricolo, turistico e alberghiero. Talvolta, però, i cittadini immigrati si scontrano col pregiudizio e con situazioni di irregolarità come lavoro nero, mancati pagamenti e contratti inadeguati. Al regista Razi Mohebi il compito di raccontare, supportato dallo staff di produzione, questo “lato oscuro” del mondo del lavoro.

Il commento a “Reame del nulla” di Michele Serra (critico cinematografico) “Ho visto più volte il film – spiega al Cinformi il professor Serra – e devo dire, come hanno fatto molti altri qualificati addetti ai lavori con i quali mi sono confrontato, che il mio commento è assolutamente positivo. E’ stata notata, in particolare, una ricerca direi perfetta nel montaggio e nella bellezza della fotografia, sia nelle immagini in movimento che nelle inquadrature fisse.” Fra gli esperti c’è chi ha parlato di mediometraggio “raggelante”. “Non è una critica negativa – precisa Michele Serra –; anzi, dimostra che il film ha saputo mettere in forte risalto i problemi di comunicazione fra comunità autoctona e cittadini immigrati.” Il coordinatore del Premio “Città di Venezia” propone poi una riflessione sul vissuto professionale del regista afghano Razi Mohebi. Nel mediometraggio – afferma Serra – si coglie una sorta di contaminazione fra la cultura e lo stile cinematografico d’origine del regista, carichi di spiritualità e serenità, e lo stile occidentale, più razionale. Il mio augurio, per la prossima produzione, è che il regista possa recuperare appieno la propria identità e che questa contaminazione rappresenti quindi un passaggio verso una capacità espressiva ancora più completa.”

Sinossi del mediometraggio “Reame del Nulla” Viviamo in case, in appartamenti, in stanze adiacenti, ma mentre le pareti comunicano, noi neppure ci vediamo, la volontà di conoscenza è stagnante nella sua fissità. Il film narra delle vite di Stefano e Basir. Entrambi, a loro modo, prigionieri delle proprie pareti. Stefano, con il suo caffè nero e bollente, i quotidiani quasi collezionati e quel suo sguardo colmo di cecità, rivolto alla ragazza che ogni giorno lava lo stesso identico, pulito pavimento. E Basir, intrappolato nelle pareti delle sue paure, delle sue allucinazioni e perso in un’esistenza priva di qualsiasi parvenza di verità. Coinvolgere gli altri nella propria pazzia o essere coinvolto nella pazzia degli altri. Guardare il cielo attraverso la Sloi, la fabbrica abbandonata e distrutta della città; forse è questo l’inizio di una possibilità di vita, tra pareti che si capiscono di più.

BBC, 8 Ottobre 2010 Articolo scritto da Reza Mohammadi.

Gridami (Mela, melograno, blu), uno sguardo verso il nuovo film di Razi

Le lunghe sequenze poetiche, il mettere in gioco la natura, lo spettacolo del corpo, il corpo in sintonia con l’eleganza delle sue parti, l’utilizzo della luce naturale del sole che attraverso le linee infinite aiuta il movimento simbolico delle cose, dalla mela alla donna, dalla donna al melograno, dal melograno alla chioma, una serenita meditativa che inizia nei rami piu lontani di un albero, di alberi travestiti come in uno spettacolo di Sema, soprattutto quando la camera vede dal basso. I dialoghi sono corti e pochi, I silenzi sono ripetitivi, come a sottolineare in modo coscente il ritmo lento, che non lascia nulla alla fretta. La semplicitá, la freschezza é la vita con i clochard e con glli immigrati, é la lunga poesia trasformata in un film, Mela, Melograno, Blu, del giovane regista afghano Razi Mohebi.

La poesia é diventata la caratteristica più importante del cinema moderno professionale dell Afghanistan; una capacitá che era da sempre insita in questo cinema, ma che sta ritrovando se stessa. Sidiq Barmak, Atiq Rahimi, Homaun Morovat, Roya Sadat, e quasi tutti coloro che in questi anni hanno fatto film hanno questo punto in comune: la poesia.

La poesia é forse l’eredita più grande rimasta dal cinema sovietico:Andrej Tarkovskij, Timor Babloani, Sergei Parajanov, sono forse ancora presenti nel nostro cinema.

Forse non è un caso che Sohrab Shahidsales, il piu grande regista e poeta iraniano, e che essendo di sinistra aveva un altro punto in comune con i russi, amasse l’Afghanistan, vi venne molte volte, e vi realizzo il suo ultimo film incompiuto.

La strana somiglianza tra La terra e la cenere di Atiq Rahimi e Padre di un soldato, e tra Ivan il Terribile di Eisenstein, e Una mela dal paradiso di Homauon Morovat, e la somiglianza tra Il colore del melograno di Sergei Parajanov con i film di Roya Sadat e Razi Mohebi, sono tutte prove di questo fatto.

Pittore, scrittore e regista.

Razi Mohebi, come pittore, scrittore e regista, ha realizzato molte opere in Afghanistan. Tanti anni fa era un insegnante di pittura per i giovani innamorati dell’ arte. Conoscevo Razi dai suoi corsi di pittura e dai suoi studenti: sembrava che per lui la pittura avesse dei legami inscindibili con la poesia. Anche mentre commentava le poesie le poesie e le opere di letteratura, sembrava che stesse commentando un quadro.

Un giorno una regista iraniana, Samira Makhmalbaf, gli chiese di interpretare il ruolo di un poeta nel suo film: forse questo ruolo ha camobiato la sua identitá nel cinema. Razi ha studiato cinema nella scuola Baghe Ferdos a Tehran, e in seguito ha realizzato parecchi film e documentari che sono stati trasmessi sulle televisioni iraniane, inglesi e francesi.

Il suo destino è stato cambiato in Afghanistan, il posto nel quale ha potuto lavorare come aiuto regista con i registi piu noti del mondo. In Osama, di Sidiq Barmak; in Piccoli ladri, di Marzie Meshkini; in La terra e la cenere, di Atiq Rahimi; e in Amo la pace, del regista giapponese Osawa.In seguito ebbe molte richieste: ha lavorato anche con due altri registi francesi. Con Christophe De Ponfilly per la realizzazione del suo primo film di soggetto, La stella del soldato; e anche con Barmak Akram per il suo film Kabuly kide.

Lirico

Giunto il momento per Razi di realizzare i suoi film, in un paese, l’Afghanistan, in cui è quasi impossibile, Razi ha iniziato a girare i suoi corti e documentari. Tutti i registi con cui aveva lavorato avevano questo punto in comune: la poesia. I suoi cortometraggi sono stati proiettati in diversi film festival, da Locarno fino a Berlino, Nantes e Poosan… Forse tra tutti i suoi corti, L’aquilone,Carceri, e La donna oppio e vita, esprimono di più la poesia post moderna dello stile di Razi.

La vita lo ha condotto fino in Italia, la terra che ha potuto dare la vita al neorealismo nel cinema. La terra che il re afghano in esilio chiamava “la gemella dell’afghanistan”.

Razi ha ricominciato a insegnare il cinema e a fare film in italia, e quest’anno ho visto il suo primo cortometraggio, Mela, Melograno, Blu, che e stato realizzato in Italia, a Trento. Questo film è la carta d’identita di una nuova onda del cinema afghano.

Il film si apre con una scena in una accaieria, o in un posto simile: un uomo dai capelli lunghi guarda di fronte a sè una donna che bacia un altro uomo. All’inizio sembra un film con contraddizioni molto chiare, ma in seguito si capisce che la donna è la moglie dell operaio che lavora nell accaieria, e che l’operaio è un pittore immigrato. Più il film va avanti, e più si sciolgono dei nodi e se ne aggiungono altri. E si capisce che non si tratta di un film come quelli che siamo abituati a guardare. Donna e uomo, sono entrambi persi, e sono alla ricerca di un’identita lontana. L’uomo nel suo percorso passa attraverso le radure e i boschi, trovandosi in una caserma abbandonata, con altri immigrati e clochard. É questo posto che ci parla dell’altro volto dell’uomo. Il film non ha un filo conduttore nel suo significato piu classico, è una serie di metafore che narrano. Ognuno degli esseri viventi ha una parte in questo racconto. Albero, pietra, fuoco, colore, melograno, specchio e animali, come attori in uno spettacolo circolare, entrano nella scena, si parlano e non si parlano. Tutti questi esseri viventi realmente esistono, hanno una presenza, e non serve darne una spiegazione. Esistono perchè aiutano la narrazione del racconto.

Le donne crocifisse

Le scene del movimento di mano in mano di una mela, un corpo si gira su se stesso, nascono donne l’una dall’altra, racchiuse in un crocefisso formato da quattro uomini, di quattro diverse nazionalitá, immobili. Tutto questo, con la distruzione dei colori, è la narrazione di questo film. Dallo specchio nasce una donna con il burqa, e dal burqa nasce una donna che non è afghana.

La storia, con la sua forma simbolica, esce dalla cornice di un paese. La donna diventa una Eva che non appartiene a nessuno, l’uomo è un Adamo errabondo, nella sua alienazione. Non importa che la donna sia rumena, italiana o afghana; non importa che l uomo sia iraniano, o europeo, o di qualsiasi altro posto. L’importanza è l’essenza tragica dell uomo.

L’uomo perde anche il suo essere uomo, e dopo la fine della sua residenza in questo mondo deve mettere in vendita anche il suo corpo. Per la sua vita deve perdere la sua anima. Tutti i suoi sentimenti perdono i colori. Si abitua a non fare differenza tra i corpi, perchè per lui tutti hanno la stessa funzione.

La donna è un melograno sbocciato, con i suoi grani persi, è la mela che è la causa dell’alienazione dell uomo, una mela addentata solo una volta, destinata ad essere oggetto di odio, è la maledizione.

L’uomo è una cosa di altra sostanza, un essere in esilio per nulla. Disperato tra i suoi doveri, che continuano la sofferenza da una generazione all’altra. L’uomo è destinato a sopportare quella sofferenza, recandosi il figlio sulle spalle, e rimanere in silenzio.

Interpretazione della poesia di Ahmad Shamlu

Il film Mela, Melograno, Blu, non trascina una storia dietro di sè. É una Mille e una notte, come le storie di Italo Calvino, soprattutto la storia di Se una notte di inverno un viaggiatore. Non è strano allora che questo film sia stato realizzato in Italia.

Questo film ha pochi dialoghi in italiano. Ci sono anche le canzoni rituali dei dervisci in persiano. Forse tutto il film è l’interpretazione della poesia di Ahmad Shamlu che inizia al principio del film.

La lacrima è un mistero

Il sorriso è un mistero

L amore è un mistero

Non sono una fiaba da raccontare

non sono una melodia da cantare

non sono un suono da sentire

o qualcosa da vedere

o qualcosa da sapere

io sono il dolore in comune

Gridami.

E poi sembra che questo film sia la continuazione di questa poesia, che l’albero dialoghi col bosco, l’erba con la radura, le stelle con le costellazioni. É cosi il resto del film, con un ritmo e uno stile poetico e simbolico continuo. Il film di Razi è una pagina importante del cinema afghano; un cinema in cui la poesia e il simbolismo sono le caretteristiche più importanti, e che in futuro avra una presenza che non è possibile ignorare nel mondo.

Ma forse la musica del film, nelle scene di Sema, poteva essere attinta dal gran tesoro della musica del sufismo afghano.

BBC, 8 Ottobre 2010

Articolo scritto da Reza Mohammadi, giornalista della BBC.

Tradotto da Beatrice Segolini.

5 gugno 2011/ Cry me out

Gridami. Cry me out. Film del regista afghano Razi Mohebi, 2010.Non sono una fiaba da raccontare

non sono una melodia da cantare

non sono un suono da sentire

o qualcosa da vedere

o qualcosa da sapere

io sono il dolore in comune

gridami (cry me out).

Ahmad Shamlu – Amore in comune (Common love)

L’Afghan Cultural House è una casa che ha intorno un giardino ordinato con cespugli di rose, alberi da frutto e persino due pini. Si trova in Karte Se, a Kabul, ed è nata lo scorso autunno per offrire ai giovani afghani l’opportunità di incontrarsi e di dare spazio alla creatività artistica. Nell’Ach c’è un net cafè, una galleria d’arte, una biblioteca e un training center. L’Ach riceve supporto dall’ambasciata americana. Venerdì 3 giugno è stata la sede per la proiezione di un film che in qualche modo lega l’Afghanistan all’Italia: Cry me out del regista Razi Mohebi, girato in Italia, in provincia di Trento, in lingua italiana con sottotitoli in inglese. Una coppia vive lacerazioni interiori segnate da una realtà di isolamento ed emarginazione e da una disperata energia creativa. Non ci sono legami con la realtà italiana se non per brevi e duri rapporti con le istituzioni. Le scene di sofferenza del migrante potrebbero svolgersi anche in altri paesi. In sintonia col cinema iraniano l’uso del linguaggio simbolico raggiunge quasi l’eccesso e il surreale. Bella la fotografia, specialmente nella sequenza dei meli carichi di frutti, metafora delle giovani donne afghane.[driana Mascoli perecoinformazioni]<

DEC
12

Articolo di Anna Vanzan ( – Iranista e islamologa, scrittrice e docente, PhD – New York University.) di secondo film che abbiamo realizzato a Trento ,

Un afgano a Trento

Gridami (2010) è il film che il regista afgano Reza Mohebi ha girato fra le vallate trentine, scegliendo le più scarne e cupe. Niente spettacolari vette asiatiche con la bellezza abbagliante delle loro nevi, quindi, ma brulli montarozzi che degli attributi montani mantengono solo la sensazione di gelo e solitudine. Fra valli desolate, container arrugginiti e capannoni industriali in disarmo, Mohebi rappresenta il dramma della ricerca del lavoro, della casa, della stabilità affettiva da parte di un emigrato afgano, Soluch, che diviene paradigma del dramma di tutti gli emigrati, e, per translato, dell’umanità.

All’inizio, Soluch ha una casa e una donna: ma l’interno della abitazione è una natura morta e la moglie lo sta per lasciare per un altro. Siamo in autunno, la stagione, dice la moglie di Soluch, che la fa soffrire: perché lei stessa, in realtà, è la terra, il divenire delle stagioni. Si innesca una corsa verso un precipizio di disperazione che Mohebi trasforma in una fiaba surreale, nella quale la Donna recita dietro ad una maschera teatrale, tentando invano di reinventarsi la vita, colorandola con l’illusione di un nuovo amore. Soluch rimane più concreto, ma nel suo mondo popolato da immagini simboliche che ricordano il paese dal quale è stato esiliato (gli onnipresenti frutti del melograno, l’aquilone con cui gioca il figlio, i versi dei poeti persiani), le uniche parole concrete pronunciate sono contratto, lavoro, guerra, licenziamento, servizi sociali. Soluch tenta invano di aggrapparsi alla vita reale, che gli sfugge crudelmente. A Soluch non resta che sublimare le sue angosce in una improvvisata danza sufi, secolare veicolo di distacco dalle angose terrene per ritrovare la Verità.

Sono 70′ di pura angoscia, ma anche di struggente poesia, pieni di oggetti, parole, gesti simbolici ancorati soprattutto alla cultura afgana, e che Mohebi compone in un’originale miscela. Non è tanto il burqa, che pure compare nelle scene finali del film, quasi a voler confortare lo spettatore con un segno a lui riconoscibile di “afganità”, a fare da filo conduttore, ma gli onnipresenti chicchi di melograno: all’inizio sgranati dalla Donna, come giorni o come figli; poi maciullati e grondanti succo/sangue; infine sparsi per terra, in caduta libera, come i sogni che non si avverano mai.

Un triangolo amoroso, una storia di emarginazione, un’allegoria della vita: il film di Reza Mohebi si legge come i versi di una poesia mistica persiana, in cui ognuno trova ciò che cerca.

http://www.annavanzan.com/2010/12/un-afgano-a-trento/

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